L’inamovibile Mugabe e i cinesi

Una società pubblica cinese si appresterebbe ad investire quasi quattro miliardi di dollari nella costruzione della centrale elettrica più grande dello Zimbabwe. La fonte di questa notizia è il quotidiano di Harare, The Herald, che ovviamente loda l’iniziativa e sottolinea quanto il deficit di energia pesi sulla ripresa economica del paese che è colpito da black out continui. Le trattative sono già in fase avanzata e la realizzazione della centrale rientrerebbe in un piano energetico che prevede entro il 2040 un aumento della produzione di elettricità dagli attuali 1320 a circa 10.000 megawatt. Nell’ambito di questa politica, l’ente pubblico che regolamenta il settore energetico ha approvato 11 nuovi progetti potenzialmente in grado di garantire una produzione di 5400 megawatt. Non è difficile prevedere che in questi progetti, spalmati così avanti nel tempo, la Cina farà la parte del leone. Il regime di Robert Mugabe infatti non ha quasi relazioni diplomatiche con i paesi occidentali che, se non ci fosse stato il veto di Cina e Russia, avrebbero da tempo votato in Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dure sanzioni contro lo Zimbabwe.

Pechino, insomma, si è assicurato la presenza, almeno fino al 2040, in un paese che può offrire molto di ciò che la Cina ha estremamente bisogno: risorse minerarie strategiche e tradizionali, agricole e soprattutto terre di cui lo Zimbabwe (un tempo considerato il granaio dell’Africa Australe) è ricco.

Sulla vicenda è difficile avere informazioni precise ma pare che il ministero per la Pianificazione Economica abbia già assicurato che alle società cinesi coinvolte in questi progetti potrebbero non essere applicate le norme della legge sulla proprietà nazionale delle imprese di medie e grandi dimensioni che prevede la cessione obbligatoria di quote azionarie di controllo a persone fisiche o giuridiche originarie dello Zimbabwe. Si tratta di un trattamento di favore enorme che lo Zimbabwe riserva alla Cina perché di solito i paesi che ospitano grandi investimenti stranieri si mettono, ovviamente, al sicuro mantenendo la maggioranza azionaria delle imprese.

Di fatto con queste intese i due paesi risultano legati da un patto indissolubile: il regime di Robert Mugabe si è assicurato un protettore inflessibile e potentissimo, Pechino ha ottenuto la dipendenza totale di un paese che con le sue risorse può contribuire a placare il famelico bisogno di materie prime e cibo del gigante asiatico.

Una domanda sorge spontanea: che si tratti di una forma moderna di colonialismo?

Un ulteriore riflessione è la seguente: si mettano il cuore in pace tutti coloro che pensavano che un dittatore come Robert Mugabe potesse essere rimosso da una comunità internazionale giusta, imparziale che è capace di punire e togliere dalla circolazione capi di stato che, pur di stare al potere, sono diventati un danno per il loro popolo. Mugabe ha un curriculum vitae che ne fa esattamente un dittatore pericoloso, senza scrupoli, avido di potere: 86 anni, a capo del suo paese dal 1980, al suo quinto mandato presidenziale e responsabile di avere fatto precipitare il suo paese in una crisi economica tremenda e la popolazione nella fame e nelle malattie. Adesso non lo rimuoverà più nessuno, solo la morte che, stando ai numeri, non dovrebbe tardare.

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