L’inganno della crescita

Se tra qualche secolo uno storico dovrà raccontare i nostri tempi quasi certamente sarà costretto a scrivere che: “la schiavitù fu abolita per legge alla fine del milleottocento. Ma questa odiosa pratica continuo ad essere utilizzata per molti secoli ancora, almeno fino ai primi decenni del terzo millennio”. E’ una questione di diritti umani. La schiavitù infatti è la più evidente delle violazioni, ed è anche la più tenace e, paradossalmente, la più tollerata delle violazioni dei diritti umani. A volte occultata anche da chi fa dei diritti umani la sua bandiera.

Si tratta di una violazione che trova nell’Africa il continente nel quale è più praticata. E non si tratta di rimasugli del passato, di una pratica che si annida nelle pieghe di un sistema produttivo che potrebbe farne a meno. Niente affatto: si tratta di un vero e proprio sistema che coinvolge milioni di persone e che, se andasse in crisi, se da un giorno all’altro non potesse essere più usato metterebbe in ginocchio interi settori trainanti della nostra economia globalizzata.

Allora appare evidente che parlare di diritti umani in Africa significa parlare di giustizia. Il contesto africano è il più adatto per comprendere che battersi per il rispetto dei diritti umani significa pensare ad un sistema economico giusto, ad una globalizzazione equa e anche – perche no? – ad una militanza politica progressista (di sinistra, per intenderci) che sappia affrontare contraddizioni, anche dolorose.

Mi spiego meglio. Proviamo a immaginare che improvvisamente la schiavitù venisse realmente abolita. La prima immediata conseguenza sarebbe che materie prime di uso quotidiano, che fanno del nostro livello di vita e di benessere uno status ormai acquisito, aumenterebbero enormemente il loro prezzo di mercato.

Sto parlando del riscaldamento dei nostri appartamenti durante l’inverno, per esempio. Oppure di molti nostri capi di vestiario, o dei nostri telefonini o computer. Oppure i mobili delle nostre case. Insomma se cotone, caffè, oro, rame, coltan, petrolio, gas naturale venissero prodotti senza violazioni dei diritti umani i loro costi di produzione aumenterebbero vertiginosamente e di conseguenza anche i loro prezzi di vendita in Europa e Nord America.

Ciò significa che molte delle aziende che nei nostri paesi li lavorano o li commercializzano non starebbero più sul mercato con il risultato che produrrebbero disoccupati. Ecco una contraddizione che – potremo rifuggire o rimuovere – ma che prima o poi dovremo affrontare: giustizia per l’Africa oppure difesa dei posti di lavoro?

In molti casi, anche nel popolo di sinistra (quello del commercio equo e solidale, delle adozioni a distanza, della cooperazione, etc.) la questione è stata risolta con…la beneficienza: sms solidali, donazioni, concerti di qualche star della musica…

La questione è aperta e, mi rendo conto, indispone, indispettisce, irrita leader sindacali o politici, al governo o all’opposizione. Certo! Questi leader dovrebbero chiedere il consenso ai loro elettori su un programma che impone un abbassamento del livello di benessere. O meglio: uno sviluppo che non faccia della crescita un imperativo miracoloso. Dovrebbero chiedere uno sviluppo più sobrio, più attento, più impegnato e solidale.

 

1 comment for “L’inganno della crescita

  1. Enrico Berardo
    5 dicembre 2012 at 11:28

    Cose vere, da fare conoscere per il bene dell’Africa e anche di noi. Bravi!

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