L’ultima notte di Gheddafi: un libro

Muammar Gheddafi

“Sono come il buon Dio, il mondo che ho creato si è rivoltato contro di me”. Sono le parole che Yasmina Khadra, nel libro “L’ultima notte del Rais”, pubblicato da Sellerio, mette in bocca a Muammar Gheddafi braccato a Sirte, poche ore prima di venire catturato e ucciso.

Il libro, un libretto di 161 pagine, è breve. Lo spazio di una notte, appunto. L’ultima che Muammar Gheddafi trascorre da vivo. Ma è denso di una vita trascorsa da beduino nel Fezzan, poi da cadetto nell’esercito di Re Idriss e poi da Guida della Libia, passando attraverso mille eventi: la guerra con il Tchad di Hissenè Habrè, l’attentato di Lokerbie, il bombardamento di Reagan su Tripoli, il reclutamento di miliziani nel Mali e nel Niger, le guerre combattute clandestinamente con i miliziani tuareg dell’Azawad.

Il libro è scritto in prima persona. Parla Gheddafi che racconta la sua rabbia di fronte alla rivolta e con continui flash back torna ad episodi del passato: alla sua infanzia, alla sua vita militare, alle origini della sua famiglia e alla gloria passata da condottiero, ai fasti nei suoi palazzi e alle provocazioni all’Europa, all’America, all’Italia. E ai ricordi di potenziali oppositori fatti sparire, torturati, umiliati. E alle decine di donne passate per la sua corte. E’ un Gheddafi che non smentisce il personaggio emblematico che abbiamo conosciuto in mezzo secolo di potere: umorale, crudele, acuto, idealista anche e allo stesso tempo disincantato.

Ma soprattutto nell’ultima notte è un Gheddafi incredulo. Un Rais che subisce la maledizione di tutti i dittatori. Un uomo che non riesce a credere che la Libia, il suo popolo, il mondo, i suoi nemici possano fare a meno di lui. Un uomo che si sente circondato da ingrati, a cominciare da quelli che condividono con lui le ultime ore, e a finire al popolo, quel popolo per il quale – ripete – ha fatto tutto: lo ha salvato dalle fogne della storia, gli ha dato dignità.

E’ un Gheddafi che non si capisce se delira o è fin troppo lucido. Un Gheddafi che deve fare i conti con la dipendenza dall’eroina e dalle sue allucinazioni e con il fantasma di Van Gogh che gli appare ogni volta che alla sua vita si affaccia un avvenimento importante. Un Gheddafi che, nell’ultima notte, non sente più la Voce, quella voce che lo ha sempre guidato, e non vede più la Luna l’astro al quale va stretto l’universo e che lo ha sempre protetto.

E tra i suoi deliri si intravvedono le manovre dei suoi nemici. Degli asettici europei che lo hanno abbandonato, della Francia che segnala ai ribelli la sua posizione e lo fa catturare, nascosto in una condotta dell’acqua dalla quale Gheddafi pronuncia le ultime parole:

Sono solo. Solo al mondo. Abbandonato dai miei angeli custodi e dai marabutti che mi predicevano mille vittorie per qualche zero in più sui loro assegni. Dove sono le mie pecorelle, le mie amazzoni e tutti i fanatici che si auto flagellavano in pubblico per ostentare la loro devozione? Volatilizzati. Puff, svaniti nel nulla! Esistevano davvero? E il mio popolo che un tempo si era votato a me… Il mio popolo mi ha mentito fin dall’inizio, fin da quel mattino in cui, parlando alla radio di Bengasi, ho spezzato le sue catene restituendogli dignità. Non mi ha mai amato il mio popolo. Si è limitato a blandirmi per ottenere favori, al pari dei miei cortigiani, dei miei parenti, delle mie puttane.

Poco dopo Gheddafi viene catturato e il suo capitolo si chiude. Resta aperta la sua profezia: la Libia dopo di me sarà un caos.

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