L’uranio della discordia

Una notizia molto interessante e, come spesso avviene, passata sotto silenzio è stata pubblicata dalla France Presse e tradotta dalle principali agenzie. La notizia riguarda il Niger e, per contiguità – non solo geografica – anche il vicino Mali che ha le stesse problematiche di fondo del Niger esacerbate dalla recente rivolta dei touareg sfruttata dai gruppi integralisti islamici che hanno occupato il Nord del paese. La notizia è una semplice dichiarazione del governo nigerino che sulla agenzia viene riportata in questo modo: “Il partenariato con il gruppo francese Areva nello sfruttamento dell’uranio è molto squilibrato a sfavore del Niger. E questo accade da 41 anni. Questo squilibrio è confermato dal fatto che le entrate riferite rappresentano il cinque per cento delle entrate del bilancio nazionale”.

Effettivamente – aggiungiamo noi – una percentuale così bassa è troppo poco per un paese che è il più grande produttore di uranio del mondo e non ha altre grandi risorse naturali.

Il governo del presidente Mahamadou Issoufou aggiunge, in una nota, che il Niger dovrebbe “ricavare entrate importanti da una risorsa strategica come l’uranio e che, di conseguenza, esprime la sua volontà di aumentare le ricadute del settore minerario a favore del popolo nigerino, in particolare attraverso il rafforzamento della sua partecipazione alla governance del settore”

Tradotto dal linguaggio diplomatico (ma nemmeno troppo) queste parole significano che il Niger vuole ri-negoziare con la Francia gli accordi per lo sfruttamento dell’uranio. Significa anche che, evidentemente, ci sono altri pretendenti internazionali per quell’uranio che, quasi certamente, hanno già fatto offerte più convenienti. Se a tutto questo si aggiunge che la Francia ha un estremo bisogno di quell’uranio dato che ha fondato la sua strategia energetica sulle centrali nucleari, si capisce come la questione sia spinosa.

Areva, il gigante francese per la produzione di energia atomica, è presente in Niger da oltre 40 anni e sfrutta due giacimenti importanti, quello di Arlit e quello di Akokan, nel nord del paese. Per l’anno prossimo è previsto l’inizio dello sfruttamento della miniera di Imauraren, una delle più grandi del mondo, che dovrà, a pieno regime, produrre 5000 tonnellate di uranio all’anno e che rappresenta un investimento di 1,2 miliardi di euro.

Bisogna ancora tenere presente che dallo scorso decennio la Francia non sfrutta più l’uranio nigerino in condizioni di monopolio, come ha fatto, appunto, per 40 anni. Il governo di Niamey infatti ha fatto accordi con il Canada ma soprattutto con la Cina che ha realizzato ingenti investimenti e ha bisogno dell’uranio nigerino quanto e forse più della Francia.

Secondo molti analisti, nello scorso decennio , per continuare a mantenere il monopolio la Francia aveva fatto ricorso a metodi “pericolosi”. Aveva cioè paventato, fomentato, caldeggiato la rivolta touareg (che era sfociata in guerra civile) come forma di minaccia. Aveva ottenuto di non essere estromessa, aveva conservato i migliori giacimenti ma aveva dovuto accettare di non lavorare più in regime di monopolio.

Ora il Niger, stando alla dichiarazione riportata, getta di nuovo per aria tutto e lo fa scegliendo ad arte il momento: mentre nel vicino Mali c’è un problema aperto con i gruppi integralisti islamici e Parigi è tacitamente accusata di mestare nel torbido per un intervento diretto. Mentre in mano dei gruppi integralisti del Mali ci sono sei lavoratori francesi di Areva sequestrati proprio in Niger. Mentre in questo paese c’è la minaccia di una grave carestia.

Insomma la dichiarazione del governo nigerino è andata a toccare un nervo scoperto, ha smosso il potenziale epicentro di una nuova fase del conflitto per le risorse aperto in Africa Occidentale.

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