Meriam a Roma

indexMeriam Yehya Ibrahim, la cristiana che era stata condannata a morte per apostasia, poi liberata il 23 giugno, ha lasciato il Sudan e sta per arrivare in Italia.

Dopo la scarcerazione, Meriam è rimasta nell’ambasciata statunitese di Kartoum dove si è rifugiata per rimanere al sicuro da rischi di linciaggio da parte della folla che la considera, alla stregua di chi l’aveva condannata, colpevole di apostasia e adulterio.

Considero quasi certo che la condanna di Meriam sia avvenuta per interessi inconfessabili. Uno lo si conosce, è quello di una sorella e del marito che hanno pensato bene di denunciare alle autorità il matrimonio di Meriam con un cristiano (da qui l’accusa di apostasia) per impossessarsi del negozio con i proventi del quale Meriam viveva.

Un interesse squallido, penoso. Ma sicuramente le autorità avranno deciso di prendere sul serio la denuncia per più alti interessi politici, sempre inconfessabili, interni o internazionali. Sempre, in questi casi, finisce per essere stritolata nell’infernale macchina della politica uno degli elementi più deboli della società: la donna.

Meriam era doppiamente debole: oltre al fatto di essere donna era sposata con un uomo costretto in carrozzina da una grave malattia degenerativa, considerata una punizione divina per un uomo cristiano che aveva osato fare cambiare religione alla donna che ha sposato.

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