Nel cuore di tenebra del grande fiume

Dalle regioni orientali del Congo – in particolare dal nord del Kivu – arrivano notizie di nuove tensioni, di scontri, di popolazioni in fuga. Si potrebbe dire una drammatica normalità per queste latitudini. Una maledizione per le genti di queste regione che sono, a mio parere, una delle più belle espressioni della società civile africana. Durante un viaggio che mi aveva portato, qualche anno fa, prima nell’Ituri, nel nord e nel sud Kivu e a Kisangani, e poi a Kinshasa, dove cominciano le spettacolari cateratte del fiume, avevo scritto sul mio taccuino gli appunti che seguono:

A Kinshasa le acque del Grande Fiume Congo convogliano in una sorta di collo di bottiglia, un dispetto della natura perchè da qui al mare il fiume non è più navigabile. I milioni, i miliardi di metri cubi di acqua che riposavano apparentemente calmi nell’ampio Pool vengono spinte a forza in una strettoia irta di rocce , come fosse un imbuto naturale. Il fiume dapprima si increspa, ribolle, mugghia poi ruggisce e si scatena in rapide tumultuose che formano mulinelli e gorghi spaventosi. Ecco, è come se la rabbia del fiume esplodesse. Si, la rabbia. Ha percorso placido migliaia di chilometri, ha attraversato una foresta impenetrabile e misteriosa, ha lambito villaggi e ha visto tutto, in silenzio… Ha visto una terra martoriata, ha visto la guerra inutile, ha visto interminabili file di profughi rassegnati, ha visto donne stuprate e bambini soldati, ha visto l’infinito, implacabile saccheggio delle ricchezze di questa terra generosa… Ha visto il sacrilegio compiersi. Ha visto profanare un altare della natura nel quale gli uomini dovrebbero stare in ginocchio, pieni di vergogna, muti e colpevoli.

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