Non c’è più religione: anche il commercio equo e solidale sotto accusa

imagesVerrebbe da dire che non c’è più religione: adesso anche il commercio equo e solidale è finito sotto accusa, colpevole di non rispettare la sua “mission”, cioè garantire, a chi acquista prodotti etici, che ai produttori africani siano stati garantiti compensi adeguati, condizioni di lavoro dignitose e tutela del territorio.

Uno studio realizzato in Africa Dal Fair Trade Employment and Poverty Reduction, un organismo del Dipartimento per lo Sviluppo Internazionale del governo britannico, fa crollare infatti le certezze che un marchio così affidabile offriva agli acquirenti.

La Rivista “Africa” che ha pubblicato un lungo articolo sulle conclusioni di questo studio ne riporta alcuni stralci: “I compensi ricevuti dagli agricoltori che vendono prodotti certificati sono spesso più bassi di coloro che hanno a che fare con le società di Import-Export tradizionali”.

Parole che pesano come macigni e che Christopher Cramer, uno dei curatori del rapporto, docente di economia all’Università di studi orientali e africani di Londra, conferma: “In molti casi siamo giunti alla conclusione che il commercio equo e solidale non si è rivelato un efficace meccanismo per migliorare la qualità della vita dei contadini poveri”.

I ricercatori poi toccano un argomento ancora più sensibile, quello del lavoro minorile: “un numero molto significativo di giovani, bambini in età scolare, è stato costretto ad abbandonare la scuola per lavorare nei campi”.

La rivista “Africa” pubblica anche la reazione a caldo del principale ente certificatore dei prodotti equo e solidali: “Le conclusioni del rapporto sono ingiuste e superficiali” – scrive Fairtrade International – “i ricercatori hanno commesso l’errore di confrontare tra loro piantagioni di dimensioni industriali con vivai di dimensioni contenute, gestiti da piccole cooperative di contadini. Di conseguenza i risultati sono distorti e le dichiarazioni rese da alcuni produttori sono state strumentalizzate”.

La vicenda resta aperta, ma il fatto che sia stata sollevata risulta già inquietante in sé. Se anche il commercio equo e solidale è finito sotto accusa, il mercato, quello spietato che tante volte accusiamo, per contrasto, diventa più accettabile.

10 comments for “Non c’è più religione: anche il commercio equo e solidale sotto accusa

  1. 21 settembre 2014 at 08:30

    Mamma mia, mi crolla un mito! Entravo nella prima bottega equosolidale quando non erano ancora completamente “legali” e risiedeva in un’appartamento milanese. E’ possibile avere dei riferimenti per leggere lo studio di Cramer o l’articolo della rivista Africa?

    • SILVIO FAVARI
      22 settembre 2014 at 16:51

      Senz’altro da approfondire per non cadere in semplificazioni disfattiste… lo farò appena possibile. Conoscendo da vicino il mondo del CES (anche se non in modo aggiornatissimo) rilevo come, soprattutto in Italia, non c’è un solo Commercio Equo e Solidale ma diverse realtà le quali, pur operando in un quadro di regole condivise, seguono percorsi ed obiettivi in parte diversi.

  2. Andrea
    22 settembre 2014 at 03:24

    Il commercio equo non è uno solo, quello di stampo anglosassone che è principalmente legato ai supermercati spesso soffre dei problemi indicati, come tutto le cose ibride che servono sole a far pulire la coscienza al consumatore che poi nella vita privata continua a vivere sfruttando la condizione degli altri popoli. Poi invece c’è quello italiano che è basato sulle botteghe del mondo e sui piccoli distributori. Li è tutto diverso, viene garantita costanza, supporto nel miglioramento delle condizioni di sviluppo e spesso il prezzo è il parametro meno importante. Da latini dovremmo iniziare e capovolgere questa cultura anglosassoné della quantità, perche è il il problema. Ripensiamo una vita di qualità e cancellamo la cultura americano dalle nostre vite, li sta il dramma che porta a pensare alla guerra come soluzione e a ritirerà standard dettati da programmi tv che non sono in grado di rappresentare società sane, ma solo standard consumistici legati alla vita di città lontane da noi a dalla nostra storia.

  3. Carlo Schiavo
    22 settembre 2014 at 07:32

    Ciao.
    Immagino che il post riporti semplici stralci “di invito” per un articolo leggibile sulla rivista linkata (in fondo questo è un blog – ma trovo che la chiusura sia del tutto fuori luogo).

    Per rispondere all’altro commento, e dare un quadro più completo, posso dire che nelle Botteghe del Mondo, quelle per lo meno del Consorzio CTM e quelle di organizzazioni certificate da AGICES (http://equogarantito.org/), in genere si trovano solo prodotti WFTO, che è altra cosa rispetto a FLO (quella dell’etichetta che compare nell’articolo), con altri e diversi criteri.

    Il Commercio Equo non è un marchio, e gli attori in campo sono almeno due (in Europa; negli USA il discorso è ancora più complesso).

    Ammetto che non si tratta di una questione semplice, ma appunto come tale non andrebbe banalizzata.

  4. eziodevi
    22 settembre 2014 at 21:33

    Il controllo e la certificazione dei prodotti equo-solidali è attualmente affidata solamente a Organismi privati autoreferenziali anche se accreditati ISO 65 come FLO-cert che non deve rispondere del suo operato a nessun Organismo Pubblico (il Com.e.s. non è disciplinato da alcuna Legge statale o comunitaria) anche se sono stati stabiliti i Requisiti a cui si debbono attenere i produttori e gli importatori dei prodotti del com.e.s. Inoltre gli Organismi di rappresentanza e di controllo non pubblicano quali sono stati ( Es. nell’arco di un anno) mediamente i prezzi pagati ai produttori del Sud del mondo per poterli confrontarli con i prezzi pagati dal Commercio convenzionale, e vedere così la differenza (se c’è, e com’è). Questa zona grigia sui prezzi pagati ai produttori va per quanto possibile eliminata, praticando una maggiore trasparenza e informazione. Es. prendendo come riferimento un periodo di 10 anni, come sono migliorate le condizioni di vita dei produttori?

    • Carlo Schiavo
      24 settembre 2014 at 12:33

      eziodevi, alcune Regioni italiane hanno leggi che fanno riferimento ai criteri di AGICES (link nel mio commento precedente).
      Inoltre alcuni importatori hanno le schede di prezzi trasparenti pubblicate sul sito, e sono comunque obbligati a renderli pubblici su richiesta (basta una mail: sono tenuti a rispondere).
      I commercianti tradizionali fanno lo stesso?

      • eziodevi
        27 settembre 2014 at 19:31

        I prezzi sono abbastanza trasparenti e tracciabili fino agli importatori italiani. Oltre fino ai produttori le notizie sono scarse.Il prezzo al produttore indicato sulle schede dei prodotti importati che figurano nella descrizione a catalogo, vanno realmente al produttore? Spero di sì . Ma bisognerebbe sentire anche la voce dei produttori, o almeno delle coop. di produttori. I consumatori acquistano i prodotti del commercio equo soprattutto per aiutare contadini e artigiani che vivono in condizioni di povertà, e poter in questo modo migliorare le loro condizioni di vita.

        • Carlo Schiavo
          28 settembre 2014 at 20:50

          Be’, se vuoi ascoltare i produttori basta che partecipi a uno degli incontri che si organizzano nelle botteghe del mondo ogni anno.

  5. Carlo Schiavo
    28 settembre 2014 at 20:56

    Questa comunque è la risposta di AGICES: http://equogarantito.org/2014/09/26/ombre-sul-commercio-equo-agices-risponde-ad-africa/.
    Io ribadisco che, per quanto possa su altri fronti essere triste, non è corretto parlare di un solo commercio equo e solidale.
    E, per una informazione corretta, completa e puntuale, è bene a propria volta informarsi meglio.

  6. 26 novembre 2014 at 16:32

    Buonasera,
    intervengo a nome di Fairtrade sulla diatriba con alcune precisazioni:
    – sostenere che FT è autoreferanziale è falso, noi i controlli li facciamo, pubblichiamo constantemente dati di impatto e rendiamo conto delle azioni http://www.fairtrade.net;
    – sostenere che i prodotti Fairtrade sono diversi da quelli delle botteghe del mondo è un falso , circail 95% dei prodotti Fairtrade venduti nella distribuzione e nelle botteghe del mondo vengono dalle stesse filiere ed hanno alla origine gli stessi produttori;
    – Fairtrade monitora costantemente prezzi ed attività lungo tutta la filiera e consente a circa 1200 gruppi ed associazioni di produttori di vendere in tutto il mondo e ricevere salari , compensi equi e aunt’ altro previsto tanto da rappresentare circa 5 miliardi di euro di volumi di affari worldwide;
    – la inchiesta citata è realizzata senza fondamento scentifico e senza una base effettiva e su questo stiamo agendo a livello internazionale a difesa dei produttori e del positivo che porta Fairtrade nel commercio mondiale;

    Non abbiamo paura di confrontarci seriamente sul tema ed abbiamo dati tali da confutare quanto sostenuto da questi pseudo ricercatori…………..forse il fatto che in alcuni paesi abbiamo costretto aziende e mercato ad acceettare le logiche Fairtrade dispiace a molti…!!!
    Fairtrade Italia

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