Obama, il Kenya e la ragion di stato

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A Barak Obama va dato merito di non avere fatto una visita rituale e non totalmente sdraiata sulla ragion di stato in Kenya da dove proseguirà il suo tour africano verso l’Etiopia.
Nella conferenza stampa congiunta con il presidente Uhru Kenyatta ha tirato fuori una questione scottante per molti paesi africani, cioè la questione Gay sulla quale ha quasi litigato con il capo dello stato del paese africano. Obama gli ha detto che è inaccettabile il fatto che una persona che rispetta le leggi e paga le tasse viene trattato diversamente, discriminato e magari privato dei suoi diritti sulla base del suo orientamento sessuale. Kenyatta ha cercato di eludere l’argomento affermando che in Africa questo è un tema che viene considerato sotto un’altra luce che in America. Obama ha insistito e alla fine Kenyatta ha dovuto ripiegare: “Stati Uniti e Kenya sono diversi” – ha detto.
Obama ha anche criticato il Kenya per la corruzione. “Un paese non può crescere in modo sano e distribuire la ricchezza se non è trasparente nelle sue procedure economiche e politiche”. Kenyatta ha dovuto incassare.
La visita di Obama era in programma da tempo. Il Kenya è un paese importante per molte imprese occidentali e americane e da tempo si è progressivamente spostato nelle orbite economiche e commerciali delle economie emergenti dell’Asia, in primo luogo di quella cinese. Il ritardo e i rinvii della visita hanno certamente fatto perdere ulteriori posizioni agli Stati Uniti, ma erano determinati dal fatto che Kenyatta (e il suo vice William Ruto) erano accusati dalla Corte Internazionale per crimini contro l’umanità in relazione ai disordini elettorali del 2007-2008. Obama non poteva fare una visita in un paese sul cui presidente pendeva una accusa così grave. Ha dovuto attendere.
Oggi Kenyatta e Ruto non sono più sotto accusa. Dalla loro posizione di potere sono evidentemente riusciti a far desistere alcuni testimoni cruciali e la Corte ha dovuto annullare le accuse.
Su questo Obama nella sua visita ha rispettato il silenzio. Ma cosa avrebbe potuto dire? Di certo ad Obama e ai suoi consiglieri non sfugge il fatto che il Kenya è un paese che sta sempre più sfuggendo dall’orbita economica europea-occidentale. I nuovi partner economici non si fanno problemi di diritti umani, di diritti dei gay, di trasparenza e di corruzione.
Certo il richiamo degli Stati Uniti, che restano la potenza economica e politica più importante del mondo, non lasciano indifferente nemmeno il Kenya. E il viaggio di Obama e il suo discorso agli imprenditori qualche effetto lo avrà sortito.
Ma chissà se in patria multinazionali, lobby economiche e politiche, imprese e aziende sono totalmente soddisfatte di un presidente che mostra di tener in conto, oltre che la ragion di stato, anche altri valori?

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