Oggi si vota. Ma che c’entra l’Africa?

imagesNel giorno delle elezioni l’Africa sembra immensamente lontana dall’Italia. Le vicende africane sono però solo apparentemente lontane. In questi tempi di crisi economica il voto in un paese come il nostro dovrebbe premiare chi ha le ricette migliori per superare la recessione, per fronteggiare l’aggressività sui mercati stranieri di potenze emergenti (o già affermate) come la Cina. In questo scontro politico globale le vicende africane sono determinanti. Ecco perché ho deciso proprio oggi di prendere posizione su un editoriale del bravo e acuto Riccardo Barlaam apparso su Nigrizia dal titolo “Economia in Bianco e Nero”. Per la verità sono stato sollecitato a prendere posizione su questo articolo da una lettrice di questo blog che spero di accontentare con lo scritto che segue…

Come in molte analisi di questi tempi, nell’articolo di Barlaam si prende atto della formidabile crescita economica di molti paesi africani e si ipotizza un futuro, se non radioso, almeno migliore per il miliardo di africani che vivono nel continente più povero.
Analisi di questo tipo presuppongono che si intenda la crescita come un evento miracoloso che trasferisce meccanicamente i suoi benefici a tutta la popolazione.

La storia recente dimostra che non è così. Nei paesi africani più dinamici dal punto di vista dell’economia la crescita si trasforma in stadi, palazzi presidenziali e istituzionali, centri commerciali, quartieri residenziali abitati da una classe media ancora asfittica e marginale.
Certo, vengono costruiti anche ponti, ospedali, scuole, università ma sanità e istruzione non funzionano solo per effetto del fatto che ci sono gli edifici, ci vogliono insegnanti preparati, medici e infermieri e bisogna investirci denaro per la manutenzione e l’aggiornamento.

Perché la crescita non sia un fuoco di paglia che illuda sul fatto che si possa avere la luce sempre è necessario che nei paesi che si distinguono oggi per la formidabile crescita nascano industrie per la trasformazione delle materie prime e non solo uffici di imprese straniere che costruiscono ponti e strade in cambio di concessioni per l’estrazione di materie prime, o in cambio di concessioni per l’uso del terreno agricolo per colture di bio-combustibili o di prodotti alimentari destinati all’esportazione.

Insomma, credo che ci sia una differenza sostanziale tra la crescita fine a se stessa e invece un miglioramento effettivo dei dati di accesso all’acqua potabile, all’istruzione, alla sanità da parte delle popolazioni di questi paesi che, con una analogia un po’ scontata, vengono definiti “Leoni Africani” per parafrasare le “Tigri Asiatiche” di una ventina di anni fa.

Poi non si può sorvolare sul fatto che questi paesi africani miracolosi come l’Angola o l’Uganda, solo per fare due esempi, abbiano situazioni politiche interne lontanissime da quella aspirata democrazia che si considera indispensabile per uno sviluppo economico equo. In Angola la classe politica non è mai cambiata dall’indipendenza ad oggi. Erano ricchi prima (petrolio e diamanti) e lo sono ancora oggi ma non hanno mai distribuito la ricchezza, lo faranno adesso? In Uganda c’è un presidente che è al potere da venti anni e non accenna ad andarsene. Per continuare ad occupare il posto di capo dello stato deve distribuire denaro e privilegi ad un entourage che diventa sempre più numeroso e onnivoro. Distribuirà la ricchezza?

Non sono due casi unici, l’Africa è piena di dittatori. E si tratta di dittatori che governano su paesi che cambiano profondamente, che crescono, che attirano investimenti: Sassu N’Guesso, Idris Deby, Joseph Kabila, Omar Al Bachir, Francoise Bozize, Ali-Ben Bongo, Faure Gnassingbè…e si potrebbe continuare. Distribuiranno la ricchezza questi personaggi?

Francamente io non ci credo. La questione di fondo è se oggi, nei nuovi equilibri mondiali serve di più un Africa-serbatoio di materie prime e mano d’opera a basso costo, oppure è più utile un miliardo di africani con un vero potere d’acquisto.

Penso che le asfittiche economie europee e occidentali preferirebbero la seconda ipotesi. Ma nel circo mondiale dell’economia oggi ci sono i BRICS, appunto, i veri responsabili della crescita africana.

E questi preferiscono un Africa-serbatoio di energia, acqua e cibo da produrre (o estrarre) sul posto e esportare immediatamente. Esattamente come hanno fatto nei decenni passati l’Europa e il Nord America.

Insomma penso che l’Africa, oggi come nel passato, stia finanziando il prossimo assetto geo-politico mondiale: con lo schiavismo finanziò la rivoluzione industriale, con il colonialismo poi due grandi guerre mondiali, con l’era dello scambio ineguale il successivo boom economico.

Oggi l’Africa per l’Occidente avrebbe potuto essere la salvezza dalla crisi, cioè il mercato da invadere di auto, frigoriferi, computer. Ma, ahimè!, ci sono i cinesi. Anzi, i BRICS che hanno bisogno assoluto, categorico di petrolio, carbone, gas, soia, cotone, caffè, uranio, rame, terre rare, acqua, energia elettrica.

Insomma hanno bisogno ancora una volta di un Africa Serbatoio.

Infine, per non essere catalogato senza speranza tra gli afro-pessimisti, chiudo precisando due cose, anzi tre.

La prima è che comunque la crescita qualcosa lascerà al continente. Quando un paese cresce le briciole finiscono per essere distribuite alla popolazione.

La seconda è che qualche esempio virtuoso nel continente c’è e sarebbe ingiusto non tenerne conto: Ghana, Sierra Leone, Tanzania.

La terza e ultima è che i processi sociali, politici ed economici sono processi dinamici, cioè mutano il loro corso in continuazione. Quando noi siamo convinti di avere individuato le forze che li muovono, queste cambiano. Per questo credo che sia inutile domandarsi cosa sarà l’Africa tra venti anni. Le variabili sono infinite e, spesso ingovernabili e insondabili.

Una di queste variabile sono gli africani stessi e le società civili di cui fanno parte. Loro possono essere il vero motore del cambiamento, di un Africa che dica la propria.

6 comments for “Oggi si vota. Ma che c’entra l’Africa?

  1. MARINELLA
    24 febbraio 2013 at 15:08

    Raffaele non hai sbagliato una virgola!!!!!!! Non ho altro da aggiungere.

    Marinella da Maputo

  2. 24 febbraio 2013 at 19:54

    molto lucido !

  3. 25 febbraio 2013 at 07:28

    Istruttivo, come sempre. Grazie

  4. Piero
    25 febbraio 2013 at 17:03

    Si, anche io penso che, fatte le dovute eccezioni, siano completamente fuori luogo i facili entusiasmi sulla Crescita Africana (cercare su google “Africa Rising” per crederci), i paragoni con le Tigri Asiatiche (e i corrispondenti e African Lions … !), le tabelle che raccontano di quanto ogni anno cresca il PIL di tanti stati africani anche in questo periodo di crisi economica.
    Solitamente sono contrario a dipingere l’Africa come sinonimo di povertà, malattie, guerra, corruzione: preferisco ricordare anche gli aspetti positivi, e ce ne sono certamente, del continente.
    Recentemente però mi hanno dato ancora più fastidio tutti questi proclami sui passi da gigante dell’economia africana: su testate (anche prestigiose come Economist e Foreign Policy) e sui blog di mezzo mondo ci sono decine di articoli e commenti riguardanti questa nuova era, basandosi su pochi numeri, sempre sul PIL, su statistiche generali, su proiezioni continentali e mai su indici si sviluppo umano, su percentuali di alfabetizzazione, su mortalità infantile e così via.
    Certo: in alcuni casi quelli che erano stati pomposamente definiti gli Obiettivi del Millennio sembra che siano in via di raggiungimento ma spesso i risultati positivi non riguardano l’Africa anzi i successi maggiori si registrano in America Latina e Europa dell’Est…. !
    Ad es. si veda qui http://dgff.unctad.org/chapter4/4.1.htmle qui http://www.un.org/millenniumgoals/news.shtml ma ci sono tantissime altre fonti delle Nazioni Unite che producono decine e decine di lunghi, costosissimi e complicatissimi reports sull’argomento.

    Mi pare inoltre di assistere a un deja vù: non era forse all’epoca del viaggio del presidente Bill Clinton, più o meno verso la fine del suo mandato, che si parlava di African Renaissance ? E che cosa ne è stato ?
    E ancora: nel 2005 il primo ministro inglese Tony Blair lanciava forse un grande impegno mondiale con la sua Africa Commission ?
    Ed oggi tutti a dire che a questi ritmi di crescita presto l’Africa avrà risolto i suoi problemi.
    Ho il timore che questi slanci mediatici non siano altro che un gran chiasso per coprire quello che dici benissimo nel tuo post: la situazione in Africa è ancora molto grave e per di più negli ultimi anni un nuovo colonialismo, neppure troppo strisciante, si sta instaurando in tutto il continente, forse anche nell’Africa a Nord del Sahara.
    Certo le briciole rimangono: una delle briciole più grosse per esempio è lo sviluppo delle infrastrutture delle telecomunicazioni. In pochi anni (10 ?) un gap è stato colmato ed ora moltissimi africani possono permettersi il lusso (ancora è bene considerarlo tale) di una telefonata.

    Penso che sarebbe necessario ribattere con forza e smontare a tutti i livelli il mito dell’African Rising (e apprezzo il tuo sforzo Raffaele): è necessario tenere alta l’attenzione sull’Africa, sui suoi problemi e su quello che ci ruota attorno, anche per non restare sorpresi di fronte alle inevitabili problematiche che emergeranno ancora in futuro.

    Nella nostra piccina politica italiana non si parla mai, dico mai, del ruolo dell’Italia in Africa, dei problemi legati alle risorse energetiche, del Land Grabbing, del commercio di armi (e rifiuti…), di partnership virtuose con i paesi che sono a noi più vicini per la loro storia e e per i loro confini geografici, della creazione di canali migratori sicuri e utili per tutti…

    Se continua così ho paura che l’Africa dovrà aiutarsi soprattutto da sola, cercando nelle proprie forze, nelle proprie (immense) risorse, nella propria cultura la sua via allo sviluppo.

  5. isabella
    25 febbraio 2013 at 20:28

    l’ottimismo e’ sempre vivo e quindi tifo x buone cose………ma penso anche che la storia nn insegna niente di buono

  6. 26 febbraio 2013 at 21:37

    Concordo sull’analisi che hai fatto. Il problema delle redistribuzione delle risorse che hanno sicuramente contribuito a creare un bacino consistente di consumatori evoluti: le elite e la borghesia africana , i quali però fanno fatica a trasformarsi in imprenditori e quindi a dar via allo sviluppo dell’industri di trasformazione, di laboratori di artigiani in grado di valorizzare il lavoro e l’arte africana in modo virtuoso. I processi democratici fin qui sviluppati non hanno ancora favorito una via africana alla democrazia con il risultato che molti paesi sono ancora “bloccati” . L’Europa in realtà ha molte colpe anche in questo caso. Sta progressivamente abbandonando il campo anziché sostenere con forza la domanda di cambiamento proveniente dalla società civile. Accanto a questo non di meno vengono le responsabilità della nostra cooperazione, dell’agire delle centinaia di associazioni, ong, onlus che si sparpagliano in tutta l’Africa senza tuttavia riuscire a cambiare la nostra cooperazione. trasformarla per sviluppare nuovi e più avanzati partenariati utili a favorire economie locali, piccole imprese, sostenere processi produttivi locali in grado di soddisfare e rispondere alle necessità e all’idea di sviluppo degli africani.

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