Parigi, la conferenza e il lago Tchad

Foto di Tina Ponzellini

 

A Parigi inizia la settimana decisiva della conferenza sul clima. La speranza è che si giunga ad un accordo globale che fermi il surriscaldamento del pianeta. I delegati dei vari paesi cercheranno una intesa tecnica, basata cioè sulle emissioni di CO2 e quindi sul consumo di fonti energetiche tradizionali come il carbone e il petrolio.

Se l’accordo ci sarà sarà tanto di guadagnato per tutti. Ma è indispensabile che fin da subito si sappia che la questione delle emissioni è una questione che riguarda la povertà e la ricchezza. Faccio un esempio: Se una popolazione di profughi arriva su un area dopo essere fuggita da un conflitto comincerà ad usare come combustibile gli alberi. E’ l’unica forma di energia che hanno a disposizione, non hanno alternative, disboscheranno l’area a meno che qualcuno non porti loro altri materiali da cui ricavare energia.

Se quei profughi non ci fossero stati, o se avessero a disposizione altre forme di energia il disboscamento non avverrebbe. Dunque, l’obbligo semplice di non produrre emissioni e di non favorire la desertificazione in questo caso rischia di essere penalizzante per una popolazione che è già penalizzata e non alternative.

In secondo luogo bisogna sapere che a produrre i disastri ambientali non è solo il clima, i suoi cambiamenti periodici e le emissioni globali. Di solito a rendere devastanti i disastri ambientali sono l’intersecarsi di una causa climatica con una concausa umana. Mi spiego: le popolazioni di aree difficili come i deserti, il Sahel o il Sahara, oppure paesi come la Somalia sanno benissimo fronteggiare i periodi di siccità. Sopravvivono e anzi ne subiscono danni molto lievi. Perchè la siccità diventi mortale per intere popolazioni ci vuole il concorso di una causa umana, di solito è la guerra, un conflitto, oppure un confine surriscaldato, oppure la chiusura delle frontiere.

C’è un esempio in questi giorni di conferenza di Parigi che è sotto gli occhi di tutti. Nel Sahel, all’intersezione di quattro paesi – la Nigeria, il Ciad, il Niger e il Camerun – c’è il lago Ciad. Solo pochi decenni fa copriva una superfizie di 25 mila Km2, oggi, nella stagione delle piogge, copre solo 2500 Km2. Il fatto che il lago sia diventato quasi una pozzanghera ha certamente cause naturali ma è anche il prodotto del super sfruttamento da parte di popolazioni locali che avevano solo la pesca come risorsa.

Oggi al prosciugamento del lago si aggiungono le cause prodotte dall’uomo. Sulle sue rive sono arrivati decine di migliaia di profughi sfuggiti alle tragiche gesta di Boko Haram, il governo del Ciad ha proclamato la zona sotto coprifuoco e emergenza. Per le sorti del lago è forse il colpo definitivo e un eventuale, auspicabile accordo a Parigi non fermerà il disastro.

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