Potenza del calcio

imagesIn tempi di Confederation Cup è affiorato alla mia mente un ricordo del 2004. Ero entrato in Darfur clandestinamente dal lungo confine che separa questa regione sudanese dal Ciad. Avevo visto villaggi bruciati, i segni della guerra, pozzi avvelenati e profughi. Avevo rischiato: entrare clandestinamente in un paese che non vi da il visto significa che se si ha la sfortuna di essere catturati si può diventare vittima di qualunque vessazione e violenza. E’ come se non foste lì, è come essere un fantasma e se vi capita qualcosa nessuno può essere accusato di nulla.

Così quando a sera ripassai il confine e tornai ad Abechè mi sentivo ingiustificatamente euforico. Avevo fatto il mio lavoro, avevo aggirato il divieto sudanese ad andare in Darfur dove, secondo le parole di Hillary Clinton, era in corso la più grave catastrofe umanitaria del pianeta.

Decisi quella sera di concedermi un meritato relax. Andai nel miglior locale di quella cittadina nell’estremità orientale del Ciad con l’intenzione di godermi il fresco, di ordinare birra e mezzo pollo alla griglia con baguette.

Appena entrato nel locale però compresi che non avrei rispettato i miei programmi. Il giardino era straripante di gente che, piazzata davanti ad una vecchia TV a tubo catodico, attendeva una partita del campionato europeo che io non sapevo nemmeno essere in corso.

Ma la cosa clamorosa era che la partita era Francia- Inghilterra, una sfida tra i due principali paesi del colonialismo che proprio in quelle regioni si erano contese deserti, savane, piantagioni di cotone o di arachidi. Da che parte sarebbe stato quel pubblico? Avrebbe fatto il tifo per la Francia, paese verso il quale i paesi ex colonizzati nutrono un rapporto di amore/odio? Oppure si sarebbero schierati con il nemico storico della Francia, la Gran Bretagna, seppure anch’essa paese coloniale.

Bella domanda, mi dissi. Si trattava di un quesito sulla storia, su come, a distanza di decenni, la popolazione di una remota regione ad ex colonizzazione francese giudicava il comportamento della ex madre-patria. Al tempo stesso si trattava di un giudizio sul ruolo di Parigi nei decenni del dopo-colonizzazione durante i quali la Francia non ha smesso di mantenere una presenza ingombrante in Ciad.

Tutto questo avveniva a pochi chilometri di distanza da una regione nella quale si consumava una guerra che produceva “la più grave catastrofe umanitaria del pianeta” che poteva essere interpretata anche come una conseguenza ritardata degli anni del colonialismo.

La partita iniziò tra un boato del pubblico – centinaia di persone – che non capivo come poteva seguire le fasi di gioco su uno schermo così piccolo. Ad ogni azione quelli in prima fila seduti a terra si alzavano e in un attimo tutti erano in piedi urlanti. Cercai di capire le posizioni, ma era praticamente impossibile.

Il pubblico era praticamente spaccato a metà e di tutte le valutazioni storiche, politiche e di attualità che l’intellettuale bianco indigeno europeo aveva fatto sembrava infischiarsene altamente. Potenza del calcio!

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