Raccontare l’inferno in otto righe

Sulle agenzie è apparsa una notizia da brivido. Circa 60 minatori sono morti nel crollo di una galleria in una miniera di una remota località nel Nord-Est del Congo. I minatori stavano lavorando a 100 metri di profondità. Il luogo in cui questa disgrazia è accaduta si chiama Mambasa, cittadina situata nella regione nord-orientale dell’Ituri.

Ho contato le righe impiegate per pubblicare la notizia che è uscita sull’agenzia Ansa: otto misere righe per decine di persone sepolte vive.

Conosco l’Ituri e le sue miniere d’oro. Ho viaggiato in quelle regioni più volte e in diverse occasioni ho potuto vedere le condizioni di lavoro di quei minatori artigianali. Inimmaginabili! Difficili da descrivere anche per chi, come me, lavora con le parole. Basta pensare che altri minatori, più di attualità in questi giorni, quelli Sudafricani della LonMin ai quali la polizia ha sparato alle spalle perché scioperavano, possono considerarsi dei fortunati: hanno caschi gialli d’ordinanza, gallerie messe in sicurezza, ascensori e contratti di lavoro.

Nell’Ituri non c’è assolutamente nulla di tutto questo. Le miniere sono veri e propri gironi dell’inferno. La galleria crollata era un semplice buco scavato nella terra, come quello della foto. Un buco scavato quasi a mani nude, senza nessuna protezione. Gli smottamenti sono all’ordine del giorno (a volte basta un crollo anche di piccole dimensioni che ostruisca l’ingresso) e non ci sono scavatrici per soccorrere i lavoratori che vi rimangono sepolti. Di solito il lavoro non si ferma nemmeno.

In queste miniere artigianali non c’è nulla di meccanico, si fa tutto con le mani o con rudimentali strumenti di legno. Unico segno della tecnologia le torce elettriche che i ragazzini che penetrano in quei cunicoli si legano al capo. Il minerale estratto viene pulito sul posto, spesso con procedimenti dannosi, e poi trasportato a spalle, per decine di chilometri, probabilmente come avveniva cento anni fa.

Chi visita una miniera nell’Ituri, nel Kivu, nel Katanga non può non pensare alla schiavitù. Qui sembra non sia mai finita. I minatori – che guadagnano una miseria – lavorano su un terreno che di solito è di un notabile locale che ha accordi con qualche intermediario che, a sua volta, vende il minerale prezioso a qualche trafficante al soldo di qualche multinazionale, di quelle che danno lavoro in Europa (pensate a quante aziende per la lavorazione dei metalli preziosi ci sono in Italia) o in Nord America e, da una decina di anni, anche in Cina, in Russia, in India.

Ultima informazione prima di chiudere: le gallerie, come quella nella foto, non consentono l’ingresso ad un adulto. Si dovrebbe scavare molto di più. Così i minatori sono quasi sempre bambini: sono più incoscienti, hanno fretta di diventare adulti, non vedono il pericolo. Ecco quei sessanta minatori sepolti vivi, come i topi, quasi certamente erano bambini e si sono meritati otto righe di agenzia.

1 comment for “Raccontare l’inferno in otto righe

  1. Elisa Cirone
    21 agosto 2012 at 16:58

    Mi ricorda tristemente le condizioni dei nostri minatori in una realta’ a me assai vicina, quella di Macalder Mines – Nyanza Province – Kenya…. Nessuno ne parla, e quando si denuncia, lo si fa con poche righe che passano inosservate…

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