Ruanda, 20 anni dopo il genocidio

Rwanda_20_yearsÈ il momento della ritualità per quanto riguarda il genocidio in Ruanda. Il ventennale è un anniversario che si presta, del resto. Non solo per la cifra tonda, ma soprattutto per le cifre del Ruanda: un paese in formidabile crescita economica, una nazione allettante dal punto di vista degli investitori internazionali, una classe politica che dal genocidio non è mai cambiata, un presidente che non esita ad arrivare ai ferri corti con i suoi omologhi più potenti europei e occidentali.

Ma gli anniversari hanno un senso solo se servono a ricordare, perché ciò che è accaduto non accada più. Hanno un senso se servono a creare le condizioni per disinnescare le micce che avevano reso possibile ciò che è accaduto. La ritualità invece aiuta ad occultare ingiustizie, aiuta i vincitori.

Personalmente ho pensato che mi avrebbe aiutato vivere questa  celebrazione da un paese gemello del Ruanda, il vicino Burundi: grande quanto il Ruanda, nella stessa regione dei grandi laghi, con la stessa composizione etnica, in un momento di forte tensione dove la dinamica etnica minaccia qualcosa di simile a ciò che in Ruanda è accaduto venti anni fa. Anche allora l’Onu non fece nulla, anche allora il mondo guardava da una altra parte, in Sudafrica dove c’erano le prime elezioni del dopo  apartheid.

Parlare del Burundi oggi significa poi parlare del Ruanda di oggi. E questa non è una celebrazione che piace ad un governo autoritario come quello di Kigali che ha fondato il suo potere anche su una sorta di credito internazionale proprio per il genocidio. Forse per celebrare il ventennale si sarebbe anche potuto andare nel vicino Congo dove Kigali interviene prendendosi gioco delle imposizioni internazionali e del governo di un paese vicino che il genocidio, e quel credito internazionale di cui sopra, gli consentono.

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