Sud Sudan: che non si parli di guerra etnica

imagesUn modo di guardare al conflitto esploso in Sud Sudan è quello che in questi giorni non si usa, cioè quello di non guardare solo alle dinamiche interne ma a quelle esterne. Negli equilibri regionali la nascita, due anni e mezzo fa, del Sud Sudan ha costretto tutti gli attori locali a riposizionarsi. La nuova nazione infatti, pur essendo debilissima e fragile politicamente e diplomaticamente, ha però un potenziale di risorse energetiche importanti. Sto parlando dei ricchissimi giacimenti di greggio che un tempo erano sfruttate da Khartoum che ci metteva infrastrutture, oleodotti, terminali che il sud non ha, come pure non ha uno sbocco al mare. Ora quelle risorse sono “prigioniere” nel nuovo territorio indipendente sul quale in questi giorni è esplosa la guerra civile.

In questi anni si è parlato di un accordo con il Nord che ha un estremo bisogno di tornare a ricevere i proventi delle vendite del greggio, di un oleodotto che portasse il greggio in un terminale sulle coste del Kenya, vicino all’isola di Lamu, sul confine con la Somalia. Si è parlato anche di riunire gli oleodotti che trasporteranno il greggio dei giacimenti scoperti nella regione dei Grandi Laghi.

Ovviamente ognuna di queste opzioni accontenta alcuni protagonisti regionali e ne danneggia altri. Si tratterà di scegliere. Le autorità Sud Sudanesi dovranno scegliere ma oggi il presidente Salva Kiir si sta giocando il potere con il suo ex vice Riek Mechar. Certamente questi due personaggi in queste ore stanno cercando di farsi degli alleati: hanno bisogno di appoggi diplomatici, di armi, di denaro per condurre quella che si annuncia ormai come una guerra civile. Sicuramente stanno facendo promesse, sicuramente stanno promettendo scelte favorevoli a questo o a quest’altro attore regionale una volta eliminato l’avversario.

In questa dinamica sicuramente anche le grandi potenze non stanno a guardare. E’ noto ormai che Africa Orientale e Grandi Laghi sono territori contesi, dal punto di vista commerciale ed economico, dalle vecchie potenze coloniali europee e occidentali e dalle nuove potenze economiche emergenti, quelle dei BRICS ma non solo.

La lotta si annuncia senza quartiere, senza esclusione di colpi e i due contentendi Riek Mechar e Salva Kiir hanno già gettato nella mischia le loro tribù, il primo i Nuer e il secondo i Dinka, le due più importanti e numerose etnie del Sud Sudan. Combattenti dell’una e dell’altra parte hanno già risposto all’appello. Il seguito di questa storia rischia di essere drammatico.

Poi non si dica che il massacro è stata una guerra tribale, frutto delle rivalità etniche degli africani. Come si vede c’è ben altro.

1 comment for “Sud Sudan: che non si parli di guerra etnica

  1. piero
    20 dicembre 2013 at 13:40

    Che tristezza vedere crollare così il sogno del Sud Sudan !
    Però non trovo giusto diminuire lo scontro tra Dinka e Nuer a proposito del quale utilizzi giustamente il termine etnia invece di tribu’ (entrambi comunque sono spesso fonte di confusione, soprattutto in italiano).
    Certo che ci sono ben altre cause di questi scontri, cosi’ come di tante guerre che hanno attraversato l’Africa: investimenti, petrolio, armi… in una parola: denaro (e potere).
    Questi sono i veri motivi ma non bisogna nascondere che la benzina e’ davvero la rivalità che c’e’ tra un popolo e l’altro, tra un clan e l’altro… Non bisogna tacere che per l’ennesima volta uno stato africano non e’ ancora una nazione compiuta e che e’ guidato da governanti avidi e senza scrupoli !
    C’e’ un articolo interessante (http://www.chathamhouse.org/media/comment/view/196439) che parla appunto di una long-standing rivalry for power between the Dinka and Nuer, South Sudan’s two largest tribal groups ..

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