Sud Sudan: non c'è proprio niente da festeggiare

Sud Sudan: non c’è proprio niente da festeggiare

SPLA soldiers redeploy south from the Abyei area in line with the road map to resolve the Abyei crisis.All’inizio di luglio di quattro anni fa il Sud Sudan diventava la 54esima nazione del Continente Africano. Una indipendenza che arrivava dopo oltre cinquanta anni di guerra civile, dopo milioni di morti, di profughi, di rifugiati. Quattro anni fa l’indipendenza del Sud Sudan fu salutata con esaltanti manifestazioni di gioia: per il paese, sulla carta, si apriva una era di pace, liberi dal giogo del nord, liberi di costruirsi il proprio futuro.

Oggi non c’è nulla da festeggiare. Dal dicembre del 2013 il Sud Sudan è precipitato in una guerra civile assurda, incomprensibile se non con una pura e bieca logica di potere: il presidente Salva Kiir, di etnia dinka, e il suo ex vice, Riek Machar, di etnia nuer, vogliono un potere assoluto perché nella loro logica il potere o è totale o non è.

Oggi non c’è nulla da festeggiare perché quasi due anni di guerra civile hanno prodotto migliaia di morti, un milione e mezzo di sfollati interni, quasi cinque milioni di persone in condizione di grave insicurezza alimentare e un rischio altissimo di epidemie per quasi dieci milioni di persone.

Inoltre in queste ultime settimane sono arrivati alcuni rapporti delle Nazioni Unite agghiaccianti: da una parte e dall’altra si farebbe largo uso di bambini soldato. E ancora, i leader delle due fazioni in guerra non hanno disdegnato di fare ricorso alle proprie etnie per conquistare posizioni e per rendersi più forti. Il risultato è che Nuer e Dinka, le due principali etnie sudsudanesi sono ormai in guerra aperta, una guerra che funziona come le mine antiuomo, che ucciderà anche quando (se mai accadrà) la guerra sarà finita.

Certo, nel conflitto c’è anche in gioco il petrolio, gli appalti miliardari da assegnare ai cinesi, agli arabi o agli occidentali. Ma essenzialmente questa guerra è un conflitto tra due uomini e il loro entourage. Non c’è proprio nulla da festeggiare.

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