Un crocevia di guerra, siccità, fame

Un rapporto pubblicato dall’Unicef rivela che 2,5 milioni di somali, circa un terzo della popolazione, ha bisogno di aiuti urgenti. Secondo il documento, la Somalia resta il paese del corno d’Africa in cui le condizioni di vita sono peggiori e un bambino su cinque è in pericolo di vita a causa della malnutrzione acuta. I conflitti, l’instabilità politica, le piogge scarse e l’accesso limitato delle agenzie di aiuto internazionali, sono fattori che rischiano di provocare nei prossimi mesi migliaia di vittime, soprattutto tra i bambini. Nel 2011, esattamente un anno fa, il paese fu colpito dalla peggiore siccità negli ultimi 60 anni e migliaia di somali furono costretti ad abbandonare le loro case e a rifugiarsi in Etiopia e in Kenya. Fin qui le notizie alle quali siamo un po’ assuefatti.

Media, analisti, politici, esperti non sottolineano abbastanza il fatto che le popolazioni del Corno d’Africa sono abituate e preparate a fare fronte a carestia e siccità (a meno che non si tratti di qualcosa di veramente biblico) che, qui, sono periodiche e non uccidono. Diventano letali quando si manifesta una variabile esterna, sociale come la guerra, i conflitti, un confine che si surriscalda, una limitazione ai movimenti delle popolazioni nomadi.

Nel caso della Somalia sono almeno vent’anni che una variabile esterna falcia a migliaia bambini e anziani. Una guerra che è senza dubbio locale, ma anche alimentata dall’esterno – cioè dall’Europa, dal Nord America, da alcuni paesi arabi. Queste potenze esterne potevano fare altro, potevano soffocare quella guerra, interrompere il flusso di armi, droga, finanziamenti a impresentabili signori della guerra. Ma hanno fatto tutt’altro. Ecco, adesso, come stanno le cose.

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