Un Islam tollerante

I jihadisti che hanno preso il potere nel nord del Mali stanno progressivamente stringendo il cappio della legge coranica attorno al collo della popolazione. Una popolazione che, pur storicamente islamica, è ben lontana da qualunque forma di integralismo. Notizie di questi giorni: un uomo accusato di avere bevuto alcol ha ricevuto quaranta colpi di frusta. Tutti gli spacci della città dove erano in vendita alcolici sono stati distrutti. Tre uomini accusati di essere fumatori sono stati frustati in pubblico. Distrutti con un grande falò decine di cartoni contenenti sigarette. Ci sono già donne accusate di adulterio (pena prevista la lapidazione) e concubinaggio (cento frustate in pubblico). Conosco quei luoghi e la mia esperienza con l’Islam è tutt’altra cosa. Di seguito il ricordo di una visita di qualche anno fa.

La città di Djenne è solo qualche decina di chilometri più a Sud dell’area che viene definita “il Nord del Mali”. E’ situata su un isola del fiume Bani, a poca distanza dalla confluenza con il maestoso Niger che lambisce l’immenso deserto del Sahara del quale Timbouctou viene considerata la porta. La popolazione di Djenne è musulmana, di un Islam tollerante che incuriosisce piuttosto che infastidire un agnostico come me. Ci sono stato una decina di anni fa, nel mese di gennaio per la festa del Tabasqui che per i musulmani è come il Natale per i cristiani. La tradizione vuole che si mangi il montone così vengono sacrificati migliaia di questi animali, uno per ogni famiglia che qui sono molto numerose. Sono arrivato a Djenne la vigilia della festa, in quel momento magico che è la sera. Poco dopo dal minareto il Muezzin ha lanciato nell’aria fresca portata dal fiume il richiamo ai fedeli. La città si è fermata, migliaia di persone si sono dirette verso la Grande Moschea. Poco dopo Djenne era immota, assorta nella preghiera. Al bianco infedele si presentò una immagine indimenticabile: la famosissima moschea di sabbia – uno dei simboli del Mali – piena di uomini piegati con il capo a terra e il sedere per aria, rivolti verso la Mecca. Quelli che non erano riusciti ad entrare fuori, sui gradini di sabbia, sullo spiazzo. Gli unici esseri viventi non rapiti dalla preghiera sono i montoni che, legati davanti alle abitazioni, brucano ignari della loro imminente sorte, e l’agnostico bianco infedele incantato da quella fede e dai riti che la accompagnano. Poi tutto finisce, è già buio e una notte stellata ci traghetta nel giorno della festa. Al mattino presto tutti gli uomini della città si ritrovano nello spiazzo vicino alla Grande Moschea dove, dopo una celebrazione, l’Imam sgozza davanti a tutti un montone gigantesco. E’ il via alla festa. Dappertutto è uno sfrigolio di carne al fuoco, di odori di spezie, di braci incandescenti. Per il bianco infedele impossibile defilarsi: tutte le famiglie lo vorrebbero come ospite d’onore e sono le donne che prendono l’iniziativa, con sorrisi e ammiccamenti innocenti mentre si muovono agili in abiti dai colori sgargianti. Ma cosa ha da spartire questo Islam con quello che i Jihadisti hanno portato al Nord?

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