Un laboratorio militare per l’Africa

images (1)Gibuti, piccolo paese incuneato in quel crocevia di guerre e calamità naturali che è il Corno d’Africa, racchiude in se tutte le problematiche e le contraddizioni dell’Africa del terzo millennio. O meglio, è la dimostrazione che gran parte dei problemi del continente derivano dal fatto che le grandi potenze mondiali (quelle emergenti e quelle tradizionali) non hanno ancora trovato un equilibrio per formare il futuro assetto geo-politico del pianeta e considerino l’Africa, ricca di materie prime agricole e minerarie strategiche, un territorio sul quale confrontarsi.

Gibuti è una nazione di 23 mila chilometri quadrati, meno di un decimo dell’Italia, ex colonia francese, abitata da meno di un milione di persone, tutte di religione islamica, governata da un dittatore, Ismail Omar Guelleh, che è diventato un vero e proprio laboratorio militare e marittimo internazionale. Oggi praticamente a Gibuti ci sono tutti i principali eserciti del mondo e nel suo porto transitano navi di tutte le potenze. Una volta Gibuti era praticamente una sorta di estensione del territorio francese: c’era la legione straniera e la Francia decideva la politica interna e estera. Oggi non è più così.

imagesDal 2002, il governo ospita sul territorio l’unica base americana permanente in Africa sub-sahariana con 3200 soldati presenti. Gli Stati Uniti pagano ogni anno 38 milioni dollari a Gibuti per le infrastrutture utilizzate e la base di droni con cui in passato hanno effettuato operazioni in tutta l’Africa orientale. Nonostante l’importante presenza americana, però, la Francia rimane il partner militare più importante a Gibuti ma la sua influenza, dati i tagli alla spesa nel settore, pare destinata a diminuire. Nel 2009, inoltre, il paese è diventato anche “la base principale per la missione Atalanta istituita dall’Unione europea nella lotta contro la pirateria”. Inoltre, il Giappone ha installato proprio qui la sua prima base militare al di fuori dei confini dalla fine della seconda guerra mondiale. Navi cinesi ne utilizzano sempre più le infrastrutture portuali come quelle di Russia, Iran, Malesia e India.

Inoltre i servizi di intelligence delle principali potenze mondiali sanno per certo che i personaggi che controllano la pirateria in tutto l’Oceano Indiano hanno a Gibuti uffici e basi operative. Gli stessi servizi di intelligence affermano che Gibuti è anche uno dei paesi nel quale i leader dell’integralismo islamico di tutta l’Africa Orientale trovano rifugio

E’ come se in questo microscopico territorio ci fossero concentrate tutte le forze che possono far esplodere l’Africa. Ed è come se da questo crogiuolo di forze – e dall’equilibrio che di volta in volta assumono – si possa capire quali forze sono vincenti in Africa e quali perdenti. E se un equilibrio, come quello post coloniale o quello della guerra fredda, si profila all’orizzonte. Per ora tutte queste forze convivono in soli 23 mila chilometri quadrati di territorio. Ma fino a quando?

2 comments for “Un laboratorio militare per l’Africa

  1. luca
    2 maggio 2013 at 10:31

    e cosa commentare? stanno rovinando il mondo, cosa è rimasto da prendere in Africa? rimane il sangue di tutta questa povera gente.. Se esiste un Dio, ed esiste ne sono fermamente convinto, dovrà prima o poi scagliare un fulmine ed incenerire tutte queste maledette persone, l’inferno per loro è qui in terra.

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