Una guerra da film sulle coste della Somalia

Kisimayo è l’ultima roccaforte degli shebab. Dal punto di vista politico e simbolico, dunque, la sua caduta è importante. I miliziani shebab da almeno dieci anni occupano il paese applicando la legge coranica e praticando un oscurantismo estraneo culturalmente alla popolazione somala. L’operazione militare è quasi da film, una scenografia di quelle che avrebbero meritato una copertura mediatica molto più impegnativa: da settimane la città è circondata da terra (truppe del Kenya, dell’Etiopia, dell’Onu e del governo di Mogadiscio), dal cielo (gli aerei da guerra keniani e i droni americani con base in Etiopia), dal mare (le navi da guerra e i mezzi anfibi keniani). L’attacco alla città è cominciato dal mare: uno sbarco in grande stile di centinaia di soldati del Kenya con l’appoggio aereo e dell’artiglieria di terra. La caduta di Kisimayo, salvo colpi di scena sempre possibili, apre una nuova era per la Somalia. Anzi, potremmo dire che ne chiude una di venti anni.

Al di là del valore politico-simbolico, per la Somalia Kisimayo ha un importante valenza economica. La città è situata sulla foce del fiume Giuba ed è nella cosiddetta “parte utile” del paese, cioè l’unica fertile di tutto il paese che è semi-desertico. A renderla fertile sono, appunto, il fiume Giuba e lo Shebele. Per questo motivo questa regione si chiama la terra tra i due fiumi. Vi si può praticare l’agricoltura, appunto, e anche l’allevamento. Infine, cosa tutt’altro che trascurabile, Kisimayo è anche un importante porto lungo la costa che va dall’Eritrea fino alla Tanzania.

Ma Kisimayo è ben altro. Anzi, diremmo che è molto di più: la città è quasi più importante per il Kenya che per la Somalia. Proprio sulla frontiera, per la precisione sulla vicinissima isola keniana di Lamu, dovrebbe arrivare l’oleodotto che parte dal Sud Sudan e dovrebbe rendere commercializzabile il greggio sudanese facendo a meno delle infrastrutture del Nord Sudan, cioè del regime di Khartoum, e del terminale di Port Sudan. Una operazione, questa, che renderebbe il Kenya partecipe di un businnes immenso e farebbe entrare nelle sue casse il denaro per l’utilizzo delle sue strutture, dei suoi terminali, e dei servizi portuali. Oltre, naturalmente, a dare a Nairobi un ruolo diplomatico importante nella regione, con un paese, il Sud Sudan, appunto, che sarebbe quasi totalmente dipendente economicamente dal Kenya.

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