Uno scandalo geologico

Siamo alle solite. Alcune agenzie riportano della morte, nella notte tra giovedì e venerdì, in una sparatoria di un casco blu indiano della Monusco, la missione di pace delle Nazioni Unite nel Congo Orientale. Giornalisticamente non c’è niente da eccepire, ci sono tutte le coordinate: il fatto è avvenuto a Bunagana, nel Nord Kivu. Lo scontro ha visto protagonisti militari ribelli del Movimento M23, da una parte, e caschi blu della Monusco, dall’altra.

C’è tutto, appunto: il luogo, quando il fatto è accaduto e tra chi. Ma è come se questi riferimenti non ci fossero. Chi sa cos’è il Movimento M23? Chi sa dov’è Bunagana? Il nord Kivu? La grande maggioranza delle persone fanno fatica addirittura a collocare il Congo, figuriamoci le regioni orientali e i confini. E poi, soprattutto, in quasi tutte le agenzie manca un seppur minimo tentativo di riferire del perché della sparatoria e che cosa c’è in gioco in un luogo dove opera una missione internazionale di Caschi Blu che, aggiungo io, è la più costosa che l’Onu ha intrapreso dalla sua nascita ad oggi: circa 22 mila militari.

Ecco, questa decontestualizzazione uccide più persone di quanta, nel Congo Orientale, ne uccidano le armi che sono protagoniste di un vero e proprio massacro non conosciuto ai più: La prima guerra del Congo (1998-2003) secondo l’Onu ha causato oltre quattro milioni di morti. E quella guerra non è mai finita, è diventata un cosiddetto conflitto strisciante che arriva fino ai giorni nostri. Stime (che sono più che credibili per chi è andato sul posto a più riprese in questi anni) dicono che da allora abbia fatto almeno altrettanti morti. Insomma una crisi tutt’altro che secondaria. E comunque non meno importante del Medio Oriente, dell’Afghanistan, dell’Iraq e, anche, della crisi economica che attanaglia il mondo ricco e miete vittime tra i poveri che lo abitano.

Allora cercherò di ovviare a questa decontestualizzazione. Lo farò schematizzando, naturalmente, semplificando, rimandando chi volesse saperne di più ad un approfondimento che è possibile trovare anche in altre sezioni di questo blog. Soprattutto cercherò di farlo partendo dalla domanda cruciale: Perché? Perché in Congo si è realizzato un massacro di quelle proporzioni? Perché nonostante la costosissima missione dell’Onu non si riesce a fermare la guerra? Il motivo è che le regioni orientali del Congo sono un autentico scandalo geologico, un immenso forziere di materie prime strategiche. Lì c’è tutto, e in quantità notevoli: oro, uranio, rame, petrolio, coltan, cassiterite, wolframite, titanio, cobalto, diamanti. Lì, in quella fascia di territorio si appuntano gli interessi di tutte le multinazionali del pianeta che lavorano sull’alta tecnologia. E lì, in quella sorta di eldorado mondiale, vive una popolazione che è tra le più povere del mondo e che da almeno venti anni conosce solo guerra, morti, distruzione, stupri, malattie della povertà come la malaria, la tubercolosi, la poliomielite, il morbillo. Una popolazione che non ha accesso a scuole, a sanità, ad acqua potabile e che lavora, molto spesso, in condizioni di schiavitù. Si, di schiavitù. Qui questa parola è tutt’altro che fuori luogo, tutt’altro che anacronistica: grazie alle corrotte e onnivore élite politiche locali, le potenti multinazionali possono usufruire di concessioni di sfruttamento che contemplano l’utilizzo di mano d’opera locale a costi infimi, senza protezioni, senza leggi.

La guerra non è, come spesso vengono archiviate le guerre africane, un conflitto tribale, etnico. Tutt’altro è un conflitto tra multinazionali (cinesi, americane, britanniche, francesi, indiane) che spesso armano surreali formazioni guerrigliere che terrorizzano la popolazione locale e che costituiscono per i giovani un attrazione fatale: con un kalashnikov si mangia, si hanno donne, si ha l’impressione di essere potenti… Ecco tutto ciò che mancava a quelle agenzie decontestualizzate dalle quali siamo partiti.

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