Visitare una scuola in Africa è una esperienza commovente. L’aula, una stanza disadorna con le pareti di fango e una antiquata lavagna sbrecciata, ospita sessanta, settanta, ottanta bambini in religioso silenzio, alcuni si portano uno sgabello da casa perché non ci sono le sedie e nei pochi banchi si sta in due o in tre. Il quaderno è prezioso, non tutti ce l’hanno. E chi ce l’ha lo tiene come una reliquia. Provate a sfogliarne uno e vi sentirete assaliti, attanagliati, travolti da un senso di tenerezza. I bambini africani non scrivono come noi, non lasciano sul foglio un bordo in alto e uno di fianco. No, scrivono dal primo angolo in alto fino all’ultimo in basso. E scrivono piccolo piccolo e fitto fitto. Direte che non hanno un senso estetico, ma non è così. Prevale il senso economico: la carta, il quaderno, la penna sono preziosi, rari, un privilegio. E un quaderno vale per tutte le materie. E’ sacro. I bambini africani che vanno a scuola sanno di essere dei privilegiati. Per ognuno di loro ce ne sono cinque che non hanno materialmente una scuola, che non avranno mai un quaderno, che non impareranno mai a leggere e scrivere perché sono nati dove c’è da sempre la guerra e la miseria. E, come si sa, questi due mostri – guerra e miseria – annullano tutto, azzerano i buoni sentimenti, divorano anche i bambini che sono risucchiati nel vortice della violenza, che diventano crudeli bambini-soldato, spietati ragazzini di strada con lo sguardo perso nei fumi della colla, dell’alcool o delle letali droghe dei poveri. Chi li vede con quegli spenti occhi infantili, incapaci di giocare con i propri coetanei, dirà che sono nati cattivi.

…In tempi di Olimpiadi aggiungo che quei bambini non diventeranno mai degli atleti da record. Non diventeranno mai nemmeno i Victor Hugo, Albert Einstein, Steve Jobs del terzo millennio. Eppure, quasi certamente, tra loro ci sono dei campioni (guardateli nella foto, nell’aula di una scuola nell’Ituri, in Congo).