Burundi verso la guerra civile

Burundi verso la guerra civile Lentamente ma inesorabilmente il Burundi sta scivolando nel caos o, peggio ancora, nella guerra civile. Pierre Nkurunziza il presidente è irremovibile e sordo a tutte le richieste interne e soprattutto internazionali di desistere dal presentarsi per ottenere un terzo mandato.

Gli ultimi avvenimenti sono più che eloquenti. Circa 200 studenti hanno cercato rifugio nell’ambasciata americana a Bujumbura dopo che la polizia li aveva caricati per un sit-in di protesta organizzato davanti alla rappresentanza diplomatica. Ci sono stati una serie di attacchi a colpi di granata a postazioni di polizia nei quartieri di Citiboke, Nyakabiga, Musaga. Il regime continua a registrare defezioni. Nei giorni scorsi era fuggita la presidente della Commissione elettorale. Ieri il vice presidente Gervais Rufikiri.

Il Burundi è un piccolo paese ma collocato, geo-politicamente, in una posizione perfetta, con tutto il confine occidentale appoggiato al Grande Congo, una sorta di cassaforte di minerali strategici e preziosi. Bujumbura, la capitale del Burundi, è enormemente più vicina a questa cassaforte di quanto lo sia la capitale proprietaria di quelle ricchezze, cioè Kinshasa, lontana quasi duemila chilometri. La condizione ideale per sfruttare quei minerali, per capitalizzare traffici e contrabbando di bande criminali, di lobby politiche, economiche e commerciali e trafficanti vari.

Insomma guidare il Burundi, oltre ad una questione politica di potere, significa anche entrare in un sistema commerciale – occulto o meno – ma veramente milionario. Dietro Nkurunziza e alla sua voglia di potere c’è sicuramente un vasto entourage che vive e si è arricchito su questi traffici. Passare la mano, come chiede la democrazia, non è nell’agenda di questi personaggi.

La parola d’ordine dunque è tenere duro. Anche a costo del caos e della guerra civile che sembra avanzare a grandi passi.

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