Chi alimenta l’infinita guerra del Congo?

imagesUn recente rapporto di Global Witness afferma che nell’est della Repubblica Democratica del Congo avviene un fiorente commercio illecito di minerali preziosi nel quale sono coinvolti i capi dei ribelli dei principali gruppi armati e ufficieli dell’esercito regolare. L’organizzazione non governativa dice che ciò avviene almeno da 15 anni e che questa pratica è stata una delle motivazioni di fondo della guerra – a volte strisciante a volte guerreggiata – che appare endemica in tutte le regioni orientali del paese, dall’Ituri al Nord e Sud Kivu, al Katanga. I gruppi armati infatti, secondo il rapporto, utilizzano i profitti generati dal commercio di minerali per finanziare la loro guerra.

Il rapporto è frutto di un approfondito studio e di minuziose ricerche condotte non solo in Congo ma anche nei vicini Ruanda e Burundi, due piccoli paesi che – assieme all’Uganda – tanta parte hanno nell’instabilità delle regioni orientali congolesi.

Si è così scoperto ad esempio, che dell’oro prodotto nell’est della Repubblica Democratica del Congo profittano i ribelli e ufficiali di alto grado degli eserciti governativi congolese e burundese. L’oro è riciclato attraverso il settore aurifero burundese viene poi esportato a Dubai. Ovviamente né gli acquirenti locali della regione dei Grandi Laghi né i commercianti internazionali effettuano controlli adeguati sull’oro che comprano per accertarsi che non finanzi il conflitto o le violazioni dei diritti umani in Congo. In questo modo – afferma il rapporto – vengono immessi sul mercato internazionale quantitativi significativi di stagno, tantalio e tungsteno illecitamente estratti ed esportati e dei quali è impossibile risalire all’origine.

Il rapporto per la verità non dice nulla di nuovo. Di questo commercio si sa da sempre e del fatto che la guerra in Africa, e in particolare in queste regioni, è un conflitto finanziato dai proventi derivanti dalla vendita dei minerali preziosi congolesi, è cosa conosciuta. In passato la BBC aveva scoperto anche di peggio, e cioè che a entrare nel businnes di questo commercio illecito non erano solo ribelli e eserciti ufficiali dei paesi della regione, ma anche gli ufficiali di alcuni contingenti della Monusco, la missione di caschi blu dell’Onu che, con un mandato ridicolo, è dispiegata sul posto, ufficialmente, per controllare che accordi di pace vengano rispettati. In realtà la Monusco in sè è un businnes: 23 mila uomini che hanno bisogno di mangiare, di essere riforniti, di essere vestiti, di essere armati.

Insomma la conclusione è triste e per dirla in termini tutt’altro che analitici o occademici, “tutti mangiano a spese della popolazione di queste tormentati regioni che meriterebbero tutt’altro”.

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