Cooperare oggi

Se è vero che l’Africa ha più bisogno di giustizia che di aiuti, allora la cooperazione dovrebbe concentrarsi su questo aspetto, piuttosto che su un rapporto di trasferimento di risorse e di competenze. Oggi a Milano si è aperto il Forum sulla cooperazione voluto dal ministro Riccardi, un’occasione per le ONG italiane che si sono viste, nel tempo, privare quasi di qualunque risorsa nazionale e a dover fare conto solo sui finanziamenti dell’Unione Europea o delle grandi agenzie delle Nazioni Unite o sulle proprie capacità di fare raccolta fondi tra i privati cittadini. Quest’ultima pratica è talmente inflazionata, ormai, da risultare quasi insopportabile. Tutti chiedono denaro (sms solidali, adozioni a distanza, risorse e finanziamenti per costruire pozzi o ospedali) e rischiano di trasferire un’immagine della cooperazione che sconfina in una forma un po’ pelosa e sdolcinata di beneficenza: da una parte buoni e consapevoli cittadini e dall’altra bisognose popolazioni incapaci di provvedere alla propria sussistenza.

E’ proprio questa immagine negativa (addirittura offensiva per le popolazioni “riceventi”) che bisogna cancellare. La cooperazione è proprio (e solamente) ciò che la parola stessa esprime, cioè un rapporto di collaborazione coordinata tra soggetti. Il campo è vasto e forse, per un non addetto ai lavori come me, è più facile stabilire ciò che la cooperazione non deve essere, e che immagini e modalità di comportamento deve rifuggire.

Primo. Il mondo della cooperazione NON deve essere una emanazione, la longa manus della politica estera italiana. Non perché sia disdicevole, ma semplicemente perché, a volte, le valutazioni imperniate sugli interessi nazionali in politica estera sono alternativi a quelli delle popolazioni.

Secondo. Proprio perché la cooperazione è una collaborazione tra società civili si deve evitare di rendere protagonista solo uno dei due poli. In sostanza si deve cercare di valorizzare le comunità riceventi senza le quali – occorre sottolinearlo – le ONG riuscirebbero solo a distribuire a casaccio, cioè senza nessuna organizzazione, sacchi di riso o cure sanitarie. Valorizzare significa, per esempio, invitare periodicamente in Europa i partner locali, renderli dei personaggi sui quali si punta per raccogliere fondi o sui quali si investe per comunicare la propria immagine, o per prepararli ai compiti da affrontare.

Terzo. Gli interventi non vanno eseguiti indipendentemente dai risultati. Ciò significa che paesi (o comunità locali) che non riescono a dimostrare che con i fondi ricevuti hanno migliorato/aumentato l’accesso alla sanità, all’acqua potabile, all’istruzione (o magari hanno ridotto i livelli di corruzione), subiranno la sospensione degli aiuti. Si eviteranno così gli scandali di paesi o governi che non sono in grado di distribuire la ricchezza ma che continuano a ricevere fondi e a usufruire di interventi di cooperazione che vanno ad arricchire l’élite politica locale. Per esempio bisogna bloccare l’afflusso di denaro o di aiuti a paesi che hanno lo stesso presidente, o la stessa élite politica al potere da più di dieci anni. Anche perché spesso (almeno in Africa) si tratta di paesi ricchissimi di risorse ma con livelli di accesso alla sanità, all’acqua, all’istruzione inaccettabili. E si tratta anche di paesi dove più forte è la violazione di diritti umani.

Infine una condizione in positivo, cioè cosa la cooperazione potrebbe fare. Vista la crisi economica, visto il pericolo di finire, con la richiesta di fondi ai privati, in un ambito da beneficenza, perché non chiedere ad imprenditori e possessori di capitali di trasferire denaro sotto forma di investimenti? Spesso non si investe perché non si conoscono questi paesi, le loro modalità politiche, o per timore della corruzione dilagante. Le ONG potrebbero diventare dei facilitatori di investimenti, considerata la loro conoscenza dei paesi nei quali hanno sempre realizzato progetti. E tenuto conto anche del fatto che l’investimento di capitali è la forma di aiuto più sana.

Chiudo con una breve riflessione. La presenza e il ruolo dell’ENI al Forum è un indicatore di quanto politica estera e cooperazione possano confondersi. Come conciliare, per esempio, il ruolo della compagnia petrolifera di bandiera nel Delta del Niger con la cooperazione?

Inoltre la decisione di invitare il presidente del Burkina Faso, Blaise Compaorè, non è stata una ottima scelta, considerato il personaggio, la sua storia e il ruolo che lui e il suo paese svolgono in Africa Occidentale. Mi si dirà (sia per l’Eni che per Blaise Compaorè) che la cooperazione è anche capacità di affrontare le situazioni con realismo politico. Vero. Ma è proprio per questo che bisogna tenere la cooperazione il più possibile sganciata dalla politica estera.

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