Donne da record

Alle olimpiadi le atlete nere danno sempre un tocco di eleganza, di bellezza, di vitalità. Se non ci fossero sarebbe tutta un’altra cosa. Forse le olimpiadi sarebbero un po’ più scialbe, forse ci sarebbero meno record, forse Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia (per citare solo i principali paesi) potrebbero vantare meno medaglie. Fortunatamente ci sono! Ma una riflessione si impone. Se si va a ritroso di qualche generazione, dietro ogni atleta nera c’è una storia di sofferenza, di violenza, di schiavitù. Eppure quell’eleganza che si può notare in ognuna di loro è un tratto che non è stato cancellato dalla storia che, con i loro antenati, non è stata certo clemente. Non è stato cancellato nelle atlete e lo si ritrova anche nelle donne dei nostri tempi, quelle che non hanno mai lasciato l’Africa e vivono nei villaggi nella foresta o nelle savane, o in qualche caotica baraccopoli.

Anche loro sono donne da record, creature miracolose che sfidano la forza di gravità con una espressione di indifferenza disegnata sul viso. Si siedono, si alzano, parlano, sorridono, agitano un braccio in direzione di un ragazzino, si portano una mano dietro la schiena per prendere un bambino da allattare, tutto senza lasciar cadere l’ampio secchio colorato carico di cianfrusaglie che portano in equilibrio sul capo. Sembrano atlete ignare di essere riprese dalle telecamere, impegnate in una disciplina sportiva non contemplata dai comitati olimpici.

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