Gli spettri del Congo

Le cose, qualche secolo fa, andavano così: Un gruppo di avventurieri si inoltrava nella foresta e ne saccheggiava le ricchezze: oro, schiavi, caucciù. Avevano armi da fuoco, erano senza scrupoli e soprattutto erano protetti dai sovrani locali, quasi sempre capi tribù della costa, ai quali regalavano cianfrusaglie e offrivano riconoscimento politico. La schiavitù su larga scala si realizzò così. E in questo modo le ricchezze africane contribuirono a costruire la grande capacità commerciale della Gran Bretgna, della Francia e delle nazioni europee che divennero le grandi potenze protagoniste dell’accumulazione di capitale, della rivoluzione industriale, del colonialismo, delle due guerre mondiali e del successivo boom economico.

Le cose vanno così anche oggi, alla faccia del progresso umano. La notizia – o meglio, la denuncia – arriva dalla diocesi di Kilwa-Kasenga un remoto territorio della ricchissima regione congolese del Katanga, precisamente da Kasomeno, 150 chilometri a nord di Lubumbashi.

Un gruppo di cinesi…si badi bene, non una multinazionale, non una impresa, non un azienda locale che impiega personale cinese, ma semplicemente un non meglio definito “gruppo di cinesi”, che vanterebbe protezione e sostegno da membri della famiglia presidenziale, sta sfruttando in modo anarchico ma intensivo le risorse naturali. In Particolare il prezioso legno dell’albero Umukula, il cui “cuore” è molto pregiato. Ogni giorno vengono inviati in Cina attraverso Dar Es Salam, in Tanzania, almeno quattro grandi camion pieni di questo legno di grande valore. Tutto questo avviene da quasi un anno e intere zone della foresta risultano ormai distrutte per sempre. Il comunicato-denuncia (ripreso dall’agenzia Fides) non lo dice ma certamente questo gruppo di cinesi a sua volta usa schiavi (locali o cinesi), cioè mano d’opera pagata una miseria o addirittura messa ai lavori forzati con la violenza.

Chi volesse comprendere meglio come avveniva potrebbe leggere il bellissimo libro-denuncia “Gli Spettri del Congo” di Adam Hochschild su come un sovrano “filantropo”, Re Leopoldo II del Belgio, a cavallo tra l’ottocento e il novecento, sfrutto la foresta del Congo, schiavizzò un intero popolo e si macchiò di uno dei più gravi genocidi del secolo scorso.

Chi, invece volesse sapere come vanno le cose oggi potrebbe fare un viaggio sempre in Congo, per esempio nella regione dell’Ituri dove AGK, una multinazionale sicuramente protetta dal governo centrale o dalle vicine e invadenti potenze regionali, sta cacciando dalla riserva aurifera di Mongbwalu con la forza 25-30 mila cercatori d’oro che hanno come unico mezzo per mantenere le famiglie il lavoro di minatore. Oppure potrebbe andare più a sud, nel Nord Kivu dove un movimento guerrigliero protetto dal vicino Ruanda minaccia di mettere a ferro e fuoco la regione per non far perdere ai suoi padrini il controllo di territori ricchissimi di coltan e oro. Oppure potrebbe andare nel sud del Kivu, nella riserva mineraria di Kamituga, dove cinesi, britannici, francesi, americani, italiani chiudono un occhio sul lavoro da schiavi di migliaia di bambini.

Nella foto a inizio articolo una immagine che sembra di altri tempi e che invece non ha più di due anni. E’ stata scattata nella regione di Kamituga dove, spesso, quelle gallerie scavate a mano smottano e seppelliscono i bambini che ci lavorano. Mi vengono in mente le parole di una poesia di Patrice Lumumba…

Piangi, fratello Negro amatissimo.
O Negro, da millenni bestiame umano
le tue ceneri continuano a spargersi in tutte le latitudini
e tu continui a costruire cappelle funerarie
dove i carnefici dormono il loro sonno eterno.

 

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