Il fascino della pelle nera

Avevo ingaggiato Faustine come tassista per tutti i dieci giorni che dovevo trascorrere a Brazzaville. Lo avevo nominato, scherzosamente, “Responsabile del Sole”. Dovevo realizzare un documentario e avevo bisogno che nei “miei” dieci giorni a Brazzà non ci fosse nemmeno un giorno con le nuvole o con la pioggia. Così sgridavo Faustine se, al mattino, si presentava al mio hotel con il cielo un po’ coperto. Lui stava al gioco e faceva finta di scusarsi accampando scuse del tipo che aveva appena ricevuto assicurazioni dal Supremo Rettore dell’Universo che la giornata sarebbe volta al meglio.

Faustine era scherzoso, allegro, sveglio, onesto, aveva l’auto capiente e andava d’accordo con il mio collega cameraman. Non potevo chiedere di più. Avevamo solo un momento di tensione durante la giornata quando, in auto, passavamo in centro davanti ad una sorta di monumento nazionale, un immenso murales dedicato all’indipendenza che raffigurava in primissimo piano il generale francese Charles De Gaulle che concede l’indipendenza al Congo rappresentato dal primo presidente Fulbert Youlou. Dietro i due leader l’artista aveva raffigurato simbolicamente il paese: una moltitudine di uomini con strumenti di lavoro sulle spalle, donne con i pagne colorati e i loro piccoli legati sulla schiena, bambini tenuti per mano dai genitori, giovani con i libri di scuola tra le braccia e sullo sfondo una rigogliosa foresta.

Il fatto è che l’artista aveva fatto Charles De Gaulle bianco, giustamente, e Fulbert Youlou, primo presidente nero del Congo indipendente, anche lui bianco. La prima volta che ci passammo davanti chiesi il perché a Faustine e lui tergiversò, cambiò argomento, bofonchiò qualcosa di incomprensibile e continuò a guidare. Gli feci la stessa domanda anche il giorno seguente e, allo stesso modo, non ottenni risposta. Decisi di sottoporgli la stessa domanda tutte le volte che saremmo passati da quel luogo.

Faustine resistette con accanimento finché, il penultimo giorno, esasperato sbottò: “Ma insomma….il pittore avrà finito la vernice!” Tutti, cameraman compreso, scoppiammo in una sorta di risata liberatoria.

Questo aneddoto è accaduto diversi anni fa, ma mi è rimasto impresso. Faustine non aveva una risposta. O meglio, le risposte che aveva erano tutte imbarazzanti perché quel presidente dipinto di bianco come De Gaulle è il frutto di un corrosivo complesso di inferiorità che le popolazioni dell’Africa covano nei confronti del bianco che li ha vinti, che li ha sottomessi, che ha cancellato la loro storia, la loro cultura, le loro tradizioni. Insomma l’imbarazzo di Faustine e la trovata dell’artista (forse dettata dallo stesso entourage del presidente) sono il frutto del peso della storia che non si cancella in qualche decennio.

Del resto è lo stesso meccanismo psicologico che agisce anche nelle milioni di donne africane che usano prodotti per sbiancare la pelle. Entrare in un supermercato a Kinshasa, a Lagos, a Nairobi è una esperienza scioccante: interi banconi sono pieni di prodotti chimici, di creme, di ritrovati vari per rendere la carnagione più chiara. Nei villaggi, o nelle baraccopoli, dove le donne non si possono permettere costose pomate si usano intrugli di erbe o radici. Sia le creme che gli impasti vegetali finiscono per essere corrosivi e rovinare irrimediabilmente la pelle. Ma le donne non demordono.

Pensate alla contraddizione. Nei supermercati europei interi banconi dei supermercati sono pieni di creme solari, pomate abbronzanti o protettive per rendere l’azione del sole più efficace e ottenere una pelle ambrata, scura e uniforme. E’ il fascino della pelle nera ad ammaliare milioni di donne e uomini. Se gli africani lo sapessero forse sarebbero meno influenzati da quel subdolo complesso di inferiorità che la storia ha inciso a fuoco nelle loro menti e che ancora influenza pesantemente la politica, la diplomazia, le relazioni culturali e – non ultima – la vita quotidiana.

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