Il feticcio dell’economia

C’è un paradosso che la politica, la sociologia, l’economia – scienze con le quali siamo abituati a raccontare il mondo – dovrebbero spiegarci. Il paradosso è questo: secondo la Banca Mondiale almeno un terzo degli africani (che in tutto sono un miliardo) vive con un reddito pro-capite giornaliero di meno di un dollaro al giorno, una somma incompatibile con la vita dato che le economie ufficiali di quasi tutti i paesi africani sono non “aggredibili” da un potere d’acquisto così inconsistente. Dunque, secondo la Banca Mondiale, un terzo degli africani sono morti.

Sono morti i circa quattro milioni di abitanti delle baraccopoli di Luanda, o gli altrettanti dei sobborghi di Nairobi o di Kinshasa, o di Lagos che, appunto, secondo le statistiche, hanno un reddito di circa un dollaro al giorno e vivono in megalopoli che sono carissime. Invece questi svariati milioni di persone vivono, lavorano e, spesso, sono anche più felici degli appagati abitanti delle metropoli europee o nordamericane. C’è dunque qualcosa che la nostra efficiente scienza economica non riesce a comprendere. Qualcosa che sfugge ai calcoli infallibili della razionalità occidentale. Qualcosa che del mondo, evidentemente, non conosciamo.

Come riescono a vivere questi milioni di persone? Si muovono all’interno di un circuito economico parallelo a quello ufficiale. Alcuni studiosi, da tempo, hanno coniato una definizione: economia di sussistenza. Definizione omni comprensiva, generica, che racchiude al suo interno un po’ tutto e in modo un po’ vago. Ad oggi, infatti, nessuno sa realmente come sopravvive una baraccopoli africana. Nessuno conosce le reti di solidarietà o di conflitto che vi si formano. Nessuno conosce i meccanismi interni della malavita o dell’auto governo che spesso gestiscono questi regni del caos, questi “non luoghi” contigui, ma lontanissimi, dai luoghi governati dalle leve economiche ufficiali: il prestito, i tassi di interesse, il debito pubblico, lo spread, la crescita. L’Africa che oggi andrebbe esplorata è proprio questa. Si! Esplorata, proprio come fecero tre, quattro secoli fa geografi, antropologi, etnografi che andavano alla ricerca delle fonti del Nilo o dei Mitici Monti della Luna. Si tratta di un Africa che avrebbe da insegnarci anche qualcosa, ma che snobbiamo interessati ai soliti clichè: la guerra, la fame, le guerre tribali. Oppure, nelle versione più indulgente, i colori, gli animali esotici, la musica.

Se riuscissimo ad uscire da questi luoghi comuni potremmo farci delle domande intelligenti e interessanti. Innanzi tutto chiederci perché l’Africa, tra tutti i continenti, è quello nel quale l’economia di sussistenza ha assunto un ruolo quasi riconosciuto e una diffusione così importante. Forse perchè questo continente, ancora oggi, non è considerato un mercato, ma semplicemente un serbatoio di materie prima e mano d’opera a basso costo. Era così anche al tempo degli schiavi, quando l’oro nero (gli schiavi appunto), l’avorio e la gomma erano l’unica cosa che interessava dell’Africa. Oggi non è cambiato molto: diamanti, oro, petrolio, terre rare o terre coltivabili costituiscono i tesori di questo forziere mentre la grande maggioranza del miliardo di persone che lo abitano sono un surplus, un optional, una zavorra (non hanno un potere d’acquisto) sebbene siano gli autori di un brevettato sistema di vita che fa a meno di quella apparentemente infallibile e onnipotente scienza economica.

L’Africa, nella storia, è sopravvissuta e sopravvive alle strategie del mondo vincente e fa a meno dei nostri sistemi di misurazione economica che si rivelano incapaci a spiegare un sistema parallelo che dà da vivere a milioni di persone. Un miracolo che solo gli africani sanno fare. E quelle baraccopoli – secondo il massimo organismo sovra-nazionale del pianeta, cioè la Banca Mondiale – popolate da morti producono un Prodotto Nazionale Lordo alternativo, non misurabile: riciclano rifiuti, trasformano prodotti, creano solidarietà, arte, musica. Sono dei veri e propri laboratori di creatività umana.

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