Inguaribili bianchi indigeni europei

La cultura, le condizioni di vita, le tradizioni dividono se non c’è una reale, genuina, sincera volontà di comprendere. Mi è capitato di viaggiare in Africa con persone che vi arrivavano per la prima volta e mi sono rimaste impressi molti dei commenti e delle riflessioni di questi neo-viaggiatori africani.

Una volta, in Congo-Brazzaville attraversavamo in auto un villaggio poco fuori dalla città costiera di Pointe Noire. Era quasi l’ora del tramonto e le donne erano intente a cucinare all’aperto su grosse pietre sistemate a circolo al centro delle quali era stato acceso un fuoco sopra il quale bolliva un pentolone. Scherzammo sul fatto che se ci fossimo fermati ci avrebbero messi, noi bianchi, come nelle vignette, a bollire per insaporire il brodo. Il mio accompagnatore rise, ma poco dopo si rattristò. Chiesi il motivo e mi disse, con un tono da senso di colpa, che noi scherzavamo ma quelle povere famiglie pativano una tale miseria da dover cucinare e mangiare all’aperto. Gli spiegai che stavamo attraversando una regione che non soffriva affatto la miseria e che il fatto di cucinare all’aperto non era un segno di povertà. Perché mai, con il caldo che fa all’equatore, le donne dovrebbero cucinare in spazi angusti, al chiuso, con un fuoco acceso?

Mi aveva offerto la possibilità di fargli una lezione e mi sentii autorizzato a continuare. Gli dissi che cucinare e mangiare all’aperto consentiva una ampia socializzazione e inoltre era una forma di controllo sociale, un sistema spontaneo per equilibrare le differenze, per dividere il cibo, in modo che chi ne ha poco può accedere a quello dei suoi vicini.

Gli feci anche notare che quasi tutte le abitazioni in muratura o le capanne di paglia dei villaggi che attraversavamo avevano degli ampi spazi delimitati da rudimentali recinti di pietre o di legni ma non avevano porte. Qui – spiegai – non c’è l’ossessione della privacy e del resto… fa caldo, si vive all’aperto. Al chiuso ci si va solo per dormire, alla sera. E i bambini preferiscono coricarsi in gruppo, non ambiscono ad avere la loro cameretta.

Mi resi conto di non averlo convinto e seppi, in seguito, che era riuscito ad ottenere un piccolo finanziamento dalla azienda per la quale lavorava per acquistare diverse decine di fornelletti a gas per i loro dipendenti. L’obiettivo era quello di consentire alle famiglie di approntare una cucina al riparo di quattro mura, dove il vento, o la brezza marittima serale, non poteva spegnere la fiammella.

Le famiglie accettarono, grate. Ma dopo una decina di giorni i fornelli erano abbandonati in un angolo e vivaci fuochi ardevano, come sempre, tra le pietre, all’aperto. La gente non si era abituata a cucinare al chiuso, aveva terminato la prima bombola fornita gratuitamente e non aveva investito denaro per comprarne un’altra carica. In molti casi la polvere aveva ostruito gli ugelli rendendo inservibili i fornelli.

Incontrai tempo dopo, in Italia, quel mio accompagnatore. Ricordava quel viaggio, ne aveva anche nostalgia. Ma aveva una opinione terribilmente negativa della popolazione. Usò tutti i luoghi comuni più odiosi per convincermi che non valeva la pena di perdere tempo con loro: sono indolenti, inaffidabili, per nulla aperti alle novità, lenti, senza iniziative, legati a tradizioni che riproducono una società incapace di mettersi al passo con i tempi. Pensai che i fornelletti di qualche tempo prima non erano estranei a queste convinzioni…

Era estate, mi aveva ricevuto nella sua villa in Brianza, in attesa della cena mi aveva offerto un aperitivo in giardino. La moglie mi chiese se preferivo cenare in casa o all’aperto. Lei propendeva per il giardino, del resto, stava preparando un barbecue… “Ma per l’amor del cielo, cucini pure all’aperto, mangeremo in giardino, fa caldo!”

1 comment for “Inguaribili bianchi indigeni europei

  1. nella
    13 ottobre 2012 at 09:50

    Articolo veramente bello ed istruttivo che condivido perchè ho vissuto svariati anni in Africa (Somalia) e….soffro tanto di nostalgia !

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