La rivincita del DNA

A caldo, ancora immerso nella gioia per la vittoria dell’Italia contro la Germania, mi è venuta, inspiegabilmente in mente una visita in Senegal. Il motivo c’è (il nostro cervello lavora sempre attraverso collegamenti logico-razionali o emotivo-sentimentali) e se avrete la pazienza di leggere lo scoprirete. Ho raccontato quella visita in un mio libro, L’Africa del Tesoro e, di seguito, vi ripropongo quel brano.

Qualche anno fa, mentre ero in visita all’isola di Gorée, in Senegal, rimasi colpito dalle spiegazioni che un addetto della Casa degli Schiavi forniva ai turisti che si accalcavano all’interno di questo edificio, una sorta di simbolo di quel periodo buio per l’Africa. Non era la prima volta che visitavo quel luogo, ma anche allora provavo un senso di oppressione nel figurarmi le piccole stanze colme di persone schiacciate l’una sull’altra. Cercavo di immaginare l’odore che aleggiava in quei locali e gli occhi terrorizzati e rassegnati che perforavano il buio dell’ultima notte che trascorrevano nella loro terra.

Davanti ad una piccola porta grezza, l’ultimo passaggio verso la nave che avrebbe portato gli schiavi oltreoceano, il “bianco” che ha un minimo di coscienza della storia non può non provare un senso di colpa per appartenere ad un mondo che è stato capace di deportare coscientemente milioni di persone che avrebbero poi contribuito a piegare la storia a favore del cosiddetto Occidente, a realizzare la rivoluzione industriale e a creare le condizioni per l’enorme divario culturale e tecnologico che, ancora oggi, è la carta vincente dei popoli ricchi e industrializzati rispetto all’Africa.

Proprio sfruttando quel senso di colpa l’addetto senegalese della Casa degli Schiavi scelse quel momento della visita per accusare quasi direttamente il gruppo di turisti che, in silenzio, lo stava seguendo. “Siete più forti e più ricchi di noi perché da questa porta sono passate le nostre forze migliori”, dichiarò. Poi con lo sguardo iroso e spiritato, aggiunse che ancora oggi l’Africa dimostra di avere i popoli migliori e ancora oggi i suoi figli vengono costretti a vivere lontano dalla loro terra e citò ad esempio i nomi di alcuni famosi calciatori neri che giocano in squadre di calcio europee.

Sottolineò che alle Olimpiadi, gli atleti neri sono quelli che si aggiudicano più medaglie e precisò che, sebbene ora abbiano nazionalità americana, francese o britannica, si tratta dei discendenti degli schiavi che varcarono quella piccola e angusta porta; questi campioni, oggi osannati e celebrati dai media hanno lo stesso Dna dei milioni di schiavi di cui i bianchi si servirono per il lavoro nelle piantagioni di cotone o di canna da zucchero. Fu un vero e proprio atto d’accusa quello pronunciato dal giovane e iroso senegalese, che ad un certo punto si interruppe aspettando – forse addirittura augurandosi – la reazione di qualcuno nel gruppo di turisti. Ma nessuno osò fiatare; allora anche lui si calmò e riprese ad illustrare le varie stanze dell’edificio adibite a museo.

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