La Verità ai tempi dell’Informazione Globale

“Se fosse stato africano non sarebbe nemmeno arrivato alle primarie”. Sono le parole, velenose e amare allo stesso tempo, che Mia Couto, grande scrittore mozambicano, pronunciò subito dopo l’elezione di Barak Obama a presidente degli Stati Uniti. Parole che in quell’occasione erano provocatoriamente rivolte a gran parte dei capi di stato del continente che, ovviamente, avevano commentato con toni enfatici e adulatori la conquista, da parte di un nero, della massima carica politica della più grande potenza mondiale.

La frase di Mia Couto, oltre ad avere provocato (forse) qualche scatto di stizza o di insofferenza ad alcuni leader africani, tira in ballo i giornalisti, che siano africani o meno. La domanda è d’obbligo: quali giornali avrebbero dato spazio ad un Obama africano? Chi sarebbe stato capace di non oscurare, su richiesta del dittatore di turno, un personaggio fautore di una svolta rispetto al potere costituito? La domanda, naturalmente, riguarda anche giornali e giornalisti dell’Occidente dove la libertà di stampa c’è. Quanti avrebbero “cercato” un personaggio come Obama e lo avrebbero fatto conoscere attraverso i loro articoli?

Insomma sarà banale, ma il problema dell’informazione dall’Africa e sull’Africa sta (quasi) tutto qui, nel fatto che nei paesi africani giornali e giornalisti temono (e spesso ne hanno buone ragioni) che schierarsi contro il potere costituito sia troppo rischioso, e in Europa o in Nord America che i media dei paesi “liberi dalle dittature” preferiscono (e non ne hanno buone ragioni) appiattirsi sui luoghi comuni e sui clichè che non aggiungono niente all’informazione sull’Africa.

Questo sistema riproduce in eterno ciò che è già noto: gli oppositori diventano dei personaggi degni di nota solo quando sono neutralizzati, in carcere o eliminati. Eppure l’Africa è piena di uomini e donne che meriterebbero attenzione e che andrebbero rafforzati rendendo pubblica la loro azione, richiamando l’interesse dell’opinione pubblica internazionale sulle loro lotte e sulle loro richieste

Su questo tema ho un aneddoto personale che per me, qualche anno fa, fu illuminante. Era la primavera del 1997 ed ero a Kinshasa in un momento cruciale della storia recente del Congo: il vecchio e malato dittatore, Mobutu Sese Seko, stava per essere rovesciato da un capo guerrigliero, Laurent Desirè Kabila, che era arrivato con i suoi miliziani alle porte della capitale e minacciava di entrarvi. La città era in preda al panico e, cosa veramente anomala per una città africana, semi deserta. Di li a poco sarebbe potuto accadere di tutto: saccheggi, violenze, rese dei conti. Per sincerarmi delle condizioni della città andai, assumendomi qualche rischio, in una delle baraccopoli di Kinshasa dove un ragazzo, una delle poche persone che non si era ancora rifugiata da qualche parte al sicuro, mi avvicinò e mi chiese da dove venivo. Gli dissi che ero italiano e lui mi rispose: “Ah, l’Italia. Paese pericolosissimo…la mafia!”.

Ecco, noi siamo informati sull’Africa con gli stessi luoghi comuni che hanno formato a quel ragazzo un immagine non reale del nostro paese. Noi conosciamo l’Africa allo stesso modo, con la stessa superficialità, perché il circuito globale che produce e diffonde notizie è lo stesso per gli africani e per gli europei.

Un esempio per tutti: quasi sempre le guerre africane vengono archiviate come conflitti etnici, meglio ancora tribali. Non c’è nulla di più falso: più correttamente si dovrebbe dire che le guerre in Africa sfruttano le differenze etniche. Così come sfruttano la miseria, la mancanza di istruzione, le differenze religiose.

La versione semplicistica e schematica del conflitto tribale non impone altre ricerche per comprendere l’origine di una guerra. C’è già tutto nella definizione che è stata già usata, con successo, per spiegare altri conflitti. La versione più complessa invece presuppone un motivo di fondo occulto, inconfessabile (chi usa la religione? O le differenze tribali?) e dunque, per chi fa informazione, è un aspetto da scoprire,da ricercare, da indagare. C’è una bella differenza!

Su questi temi è impossibile non ricordare un grande giornalista tornato di attualità proprio in questi giorni. Mi riferisco al geniale autore di “La Fattoria degli Animali” e di “1984”. George Orwell ha fatto parlare di sè in questi giorni perché la BBC, emittente del servizio pubblico britannico per la quale Orwell aveva lavorato, ha rifiutato di erigergli una statua all’ingresso perché considerato un personaggio imbarazzante, troppo progressista e visionario. Chi ha apposto il rifiuto è stato lo storico direttore della BBC Mark Thompson che è già stato designato nuovo direttore del New York Times. Tutto questo accade a sessanta anni dalla morte di Orwell che si era dimesso dalla Bbc, nel 1943, con una lettera nella quale affermava che stava “sprecando tempo e denaro pubblico per fare un lavoro che non portava risultati”. C’è un altro personaggio così ai nostri tempi?

 

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