L’immagine dell’Africa

imagesLa guerra in Sud Sudan e la crisi in Centrafrica stanno demolendo la reputazione che l’Africa si è costruita in questi ultimi anni. La reputazione è quella di un’Africa in crescita economica, di un continente-opportunità per gli investitori internazionali che hanno la possibilità di impiegare il loro denaro in paesi che saranno presto nuove potenze economiche mondiali.

Gli “incidenti” in Sud Sudan e in Centrafrica invece fanno precipitare le azioni del continente che trasmette ancora al mondo quelle immagini di guerra, di povertà, di arretratezza, di mancanza di democrazia che, nei decenni passati, avevano fatto catalogare l’Africa come un territorio perduto per lo sviluppo, un territorio nel quale i capi di stato erano guerriglieri crudeli e inaffidabili, nel quale la corruzione si affermava a dispetto di qualunque costituzione, nel quale le popolazioni non contavano nulla.

Personalmente penso che l’immagine reale dell’Africa non sia né l’una né l’altra. Questo continente continua certamente ad essere il più povero (nel senso di sviluppo economico) di tutto il sistema economico globale, e allo stesso tempo il più ricco (nel senso di materie prime) di tutto il pianeta.

Gli “addetti stampa” i “responsabili della comunicazione” tendono a presentare l’Africa in funzione di interessi esterni che oggi si concentrano su due grandi blocchi: da una parte la Vecchia Europa, e l’Occidente in genere, che vorrebbero che il miliardo di africani avessero un potere d’acquisto capace di comprare le merci prodotte dalla nostra asfittica economia che è in crisi profonda per mancanza di mercati e per capacità di produrre a prezzi competitivi.

Dall’altra parte le potenze emergenti asiatiche (Cina, Russia, India, Corea del Sud, Malesia, Indonesia), ma non solo se si includono Sudafrica, Australia, Brasile, che vorrebero un Africa-serbatoio di materie prime strategiche minerarie ed agricole governata da dittatori decisionisti che amministrano concessioni, diritti di estrazione, di prospezione, di esportazione e non si preoccupano dell’emancipazione delle popolazioni (è l’Africa che il primo blocco ha voluto – e sfruttato – per secoli).

La complessità del nostro mondo vuole anche che ci sia una sorta di terzo blocco di interessi, cioè quello di attori che risiedono genericamente nel mondo arabo e che come strumento di penetrazione non disdegnano di usare la religione, o meglio una forma di integralismo politico-religioso che, sulla carta, dovrebbe facilitare il controllo del territorio dal punto di vista politico ed economico (si pensi al Mali, alla Somalia, al Centrafrica).

Ovviamente è una visione molto schematica, mentre invece la realtà, spesso, è complessa. Ma si tratta di una visione che dovrebbe contrastare quei luoghi comuni, anche loro schematici, che dipingono di volta in volta l’Africa come il continente delle guerre, della miseria, del sottosviluppo, oppure della crescita, della nuova classe media, delle opportunità di investimento. E soprattutto dovrebbe far comprendere che clichè e luoghi comuni, quasi sempre, non sono neutrali ma esprimono interessi e desideri.

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