Miracoli in Ciad

Lo avevo soprannominato JallaJalla – che in arabo significa andiamo – perchè mi aveva convinto che sarei riuscito a prendere l’aereo che avevo prenotato per il sabato successivo. Era giovedì e mi trovavo ad Abechè nell’estremo oriente del Ciad, in prossimità del confine sudanese, e l’aereo partiva da Njamena, la capitale, situata nell’estremo occidente. In sostanza dovevo percorrere circa mille chilometri su un territorio semi desertico senza strade, vicino alla stagione delle piogge che alla prima scarica di acqua avrebbe trasformato le piste in un pantano impercorribile.

Lui mi aveva detto sicuro che mi avrebbe fatto prendere quell’aereo. Fece il prezzo (nemmeno esagerato), mi spiegò che il carburante e il cibo, per me e per lui, erano a carico mio e mi propose di partire immediatamente, dopo avere fatto scorta di acqua, di cibo e di benzina. Restai titubante. Lui mi guardò negli occhi serio, si mise una mano sul cuore, e disse, scuotendo leggermente la testa nella direzione della pista: “Jalla”. Decisi di rischiare e rilanciai: gli promisi cinquanta euro in più, oltre al compenso pattuito, se realmente fossi riuscito a prendere l’aereo che avevo prenotato. JallaJalla mi guardò con sufficienza e non mi degnò nemmeno di una risposta.

Partimmo e dovetti subito constatare che guidava con grande sicurezza, che conosceva alla perfezione le piste e che la conversazione era gradevole, quasi poetica: parlava della splendida natura che ci circondava con cognizione di causa, a tratti con amore. Mi disse che quella terra attendeva l’acqua come una sposa attende il suo uomo. Quando sarebbe arrivata allora gli uccelli che volteggiavano in alto nel cielo sarebbero scesi a terra a cercare prede, gli animali sarebbero usciti dalle tane e in breve quella arsura si sarebbe trasformata in un tappeto verde di erba e arbusti.

La prima giornata di viaggio passò che neanche me ne accorsi. A sera piazzò la jeep nei pressi di un villaggio e preparammo da mangiare: scatolette di tonno, crackers e thè. Mi ritrovai ad ammirarlo per la capacità di essere sobrio e di non sprecare nulla: faceva le abluzioni prima delle preghiere islamiche con una piccola ciotola di acqua e sembrava ristorato e rinfrescato come se avesse fatto un bagno con idromassaggio. Decisi di regalargli gli anfibi che mi ero portato dietro nel caso mi avesse sorpreso la stagione delle piogge. Non pensavo per lui che aveva un piedone occhio e croce del 44, mentre io porto 40-41, ma per uno dei figli grandi che mi aveva detto di avere. Fu felicissimo. Mi addormentai sotto un fantastico cielo stellato e per la prima volta pensai realmente di riuscire a prendere il mio aereo.

Ripartimmo che era ancora buio. Quando il sole gettò i primi raggi di sbieco su quella pianura semi desertica parlavamo di politica. Poi passammo alla religione, alla magia, alla cucina, alla medicina tradizionale. Poi improvvisamente ci si parò davanti una strada asfaltata: non ci volevo credere, Ndjamena era a solo quaranta chilometri. Avrei preso il mio aereo. E avrei anche fatto in tempo a passare una notte ristoratrice in hotel.

JallaJalla mi scaricò davanti alla hall, prese il suo compenso e scherzò sul fatto che ero un bianco infedele. Gli ricordai che gli avevo promesso 50 euro. Mi disse che li avrebbe ritirati il giorno dopo quando sarebbe venuto in aeroporto a salutarmi. Quando si girò per tornare al posto di guida quasi mi scappò un grido di dolore: JallaJalla aveva calzato le mie scarpe! Pensai alla sua sofferenza, a quei piedi liberi nelle comode infradito il giorno prima, e ora imprigionate, compresse dentro le mie scarpe. Lui si accorse del mio stupore e quando comprese, con un sorriso cinematografico mi fece un esplicito cenno di OK con il pollice alzato.

JallaJalla non venne in aeroporto. Avrei dovuto aspettarmelo: tra il suo compenso e le scarpe (ahimè!) aveva ritenuto di avere guadagnato abbastanza.

 

1 comment for “Miracoli in Ciad

  1. Isabella Negri
    28 ottobre 2012 at 07:03

    Mi piacciono parecchio i tuoi racconti, leggo i tuoi libri. Mi fanno viaggiare “da ferma”. Conosco un continente che mi incuriosisce e mi affascina, grazie.

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