Nero è bello? Non è detto

Scusate se insisto, ma credo che parlare del Sudafrica e del ruolo, non solo economico e politico, ma anche (e forse soprattutto) simbolico, che questo paese svolge oggi per il continente africano sia molto importante. Nell’immaginario di molti il Sudafrica è il paese voluto da Mandela, il paese arcobaleno, il paese dove la popolazione nera ha vinto sul razzismo, un esempio di democrazia, di convivenza e di sviluppo africano. Personalmente credo sia indispensabile abbandonare questo luogo comune per avere una visione più realistica e per evitare al governo di questo Paese di vivere di rendita. Gli scioperi dei minatori e l’inconsistenza del governo di fronte a questo problema hanno contribuito a far cadere il velo sul mito del Sudafrica. Ma, forse, non è ancora sufficiente.

Il Sudafrica è una nazione che, dall’uscita di scena di Mandela, ha scelto una strada chiaramente liberista, sia sul piano interno che su quello estero. La priorità – che doveva essere diminuire drasticamente le differenze economiche tra neri e bianchi – è stata invece la crescita, l’affermazione sul piano economico internazionale, la capacità di competere con le grandi potenze negli investimenti predatori in Africa.

I risultati si vedono. Al potere si sono alternati due presidenti – Thabo Mbeki e Jacob Zuma – assolutamente inadeguati, non solo ad assumere l’eredità di Mandela, ma anche a rappresentare un paese che per vocazione dovrebbe difendere il continente al quale appartiene, cioè un Africa che ha finanziato, quasi senza trarne benefici, industrializzazione, guerre, sviluppo, boom economico nei paesi dell’Europa e del Nord America. E avere fatto la scelta della crescita, dell’aggressività economica, della ricerca del profitto non ha portato il Sudafrica molto lontano. Un quadro eloquente di questo fallimento lo hanno reso pubblico le sedici principali Chiese cristiane del Sudafrica in un comunicato inviato all’agenzia vaticana Fides che lo ha pubblicato.

“La nostra nazione – si legge nelle frasi di apertura del comunicato – vive uno stato di crisi, una crisi di dignità, di disciplina, di educazione. I settori della sanità e dell’istruzione sono nel caos…Il Sudafrica è al 49esimo posto su 53 per quanto riguarda gli standard educativi e al 138esimo su 139 nel campo della cura dell’Aids, della tubercolosi e della malaria…Gli insegnanti sembrano essere più fedeli alle loro rivendicazioni salariali che ai loro allievi…In questo quadro il coinvolgimento delle comunità religiose nella sanità pubblica e nell’istruzione non è un’opzione per chi vuole difendere la dignità di ogni persona nel nostro paese”.

Infine il comunicato si chiude con una frase che i politici sudafricani dovrebbero considerare una critica e una esortazione a cambiare strada: “Lo Stato e la Chiesa sono entrambi complici del fallimento della società e la storia ci giudicherà duramente. Non possiamo più nascondere questi problemi sotto il tappeto né ignorare la loro gravità”.

Basterebbero queste parole ma voglio aggiungere un ultima riflessione sotto forma di domanda: era possibile fare diversamente? Cioè era realistico pensare che un paese con le contraddizioni del Sudafrica potesse ridurre le differenze, avvicinare i ricchi farmers bianchi ai minatori neri? La mia risposta personale è sì e si basa su una constatazione, anzi su un paragone.

Il paragone è tra il Sudafrica e un altro paese emergente dei cosiddetti BRICS, un paese con le stesse contraddizioni interne tra ricchi e poveri, un paese fino a vent’anni fa compreso nell’area del sottosviluppo. Sto parlando del Brasile che, secondo dati ufficiali, è riuscito, pur diventando una potenza economica mondiale capace di investire con successo in molte aree del mondo, a ridurre realmente il divario di ricchezza tra chi vive nelle favelas e i latifondisti.

Insomma, si può, se si vuole. La classe politica sudafricana, il glorioso partito di Mandela, l’African National Congress, pur avendo un consenso quasi totale tra la popolazione, evidentemente non ha voluto. Che si sappia.

 

 

 

 

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