Una banda di vecchi dinosauri

La neo presidente dell’Unione Africana, Nkosazana Dlamini Zuma, ha dichiarato di ritenere che la pace in Darfur sia più importante della giustizia internazionale e, dato che il presidente sudanese Omar Al Bachir è parte integrante di una soluzione di pace, non dovrà essere consegnato alla Corte Penale Internazionale che ha spiccato un mandato di cattura nei suoi confronti per crimini di guerra perpetrati proprio nel Darfur. Complimenti!

Non stupisce però che il maggior organismo sovranazionale africano assuma questa posizione che, tra l’altro, aveva già assunto sotto la presidenza del gabonese Jean Ping. Non stupisce perché all’interno dell’Unione Africana siedono personaggi che non sono affatto diversi da Omar Al Bachir, che si sono macchiati di crimini simili a quelli dei quali è accusato il presidente sudanese. Che, come lui, sono al potere da decenni, privi di un mandato popolare e rappresentanti di una classe politica che è abituata a impossessarsi di ogni risorsa, incapace di distribuire la ricchezza e totalmente insensibile alle necessità della loro popolazione che, in molti casi, muore letteralmente di fame. Qualche esempio? La lista sarebbe lunga, c’è solo l’imbarazzo della scelta: che dire di un certo Ali Bongo Ondimba, presidente del Gabon e figlio di Omar Bongo che ha governato questo piccolo paese petrolifero per oltre quaranta anni? E che dire del presidente del Togo, Faure Gnassingbè, anche lui figlio di Gnassingbè Eyadema dittatore di questo piccolo paese per quasi quaranta anni? E che dire ancora di Robert Mugabe, ottantasei anni, presidente dello Zimbabwe al quarto mandato? E di Paul Byia presidente eterno del Camerun? E di Sassou Nguesso inamovibile uomo forte del Congo Brazzaville?

Non stupisce, dunque, che questi camaleonti, difendano uno della loro banda. E inoltre amareggia il fatto che, in una logica di realismo politico è effettivamente più facile fare la pace in Darfur e tra i due Sudan se al potere c’è un personaggio come Omar Al Bachir piuttosto che a Khartoum regni la confusione.

Ciò che stupisce. Anzi, ciò che irrita e amaregia, è il fatto che a invocare questo realismo politico e a difendere questa schiera di impresentabili personaggi sia una donna celebrata, tra l’altro, nel momento della sua nomina, come una speranza per l’Unione Africana, prima donna a capo di un organismo così importante. Ancora una volta, niente di nuovo sotto il sole d’Africa.

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